L’Italia in guerra contro i pirati somali

Autorizzate all’uso della forza le unità della flotta Nato inviate in Somalia per proteggere gli aiuti alimentari del World Food Program, ma nei fatti impiegate contro possibili attacchi alle petroliere e alle navi cargo che transitano nell’area. Lo rende noto il Dipartimento di Stato Usa attraverso il proprio sito internet America.gov.
“La Risoluzione n. 1838 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite invita le nazioni interessate a usare i propri strumenti per contrastare la pirateria lungo la costa della Somalia”, si legge nella nota a firma di Jacquelyn S. Porth. “Le acque somale stanno diventando sempre più pericolose per gli assalti dei pirati alle navi commerciali che trasportano cibo, armi e munizioni. Più di 60 navi sono state attaccate nel 2008, e il riscatto in denaro pagato ai pirati ogni volta, è cresciuto a più di 100 milioni di dollari”.
 
Guerra ai pirati nel nome della libertà di navigazione quella lanciata dalla forza multinazionale Standing Naval Marittime Group 2 (SNMG2) della Nato. Si tratta di sette unità “dall’elevata prontezza operativa, mobile e flessibile” appartenenti a Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Turchia e Stati Uniti, e sotto il comando dell’ammiraglio italiano Giovanni Gumiero. Top secret le regole d’ingaggio e le modalità operative per impedire gli assalti nel Golfo di Aden. In verità il tono della risoluzione 1838, presentata da Francia e Stati Uniti e approvata dal Consiglio di Sicurezza il 7 ottobre 2008, è abbastanza generico, ma proprio per questo pericolosamente ambiguo. Il Consiglio di Sicurezza fa “appello agli Stati le cui unità navali e gli aerei militari operano in alto mare e nello spazio aereo prossimo alle coste della Somalia ad usare le misure necessarie, in conformità con la legge internazionale, per la repressione degli atti di pirateria”. “Misure necessarie”, dunque, che nell’assenza di regole rigide, lasciano a chicchessia ampie facoltà d’interpretazione ed azione. Nel caso della flotta Nato, la potenza di fuoco delle unità non promette nulla di buono. Ci sono cinque fregate, una nave appoggio e un cacciatorpediniere, l’italiano “Durand de la Penne”, fornito, quest’ultimo, di sistemi missilistici Standard SM-1MR, Aspide e Teseo MK2, siluri MU90, cannoni Super Rapido e Compatto dell’Oto Melara (più due elicotteri AB-212 ASW).
In che modo la “guerra alla pirateria” risponda al dettato dell’articolo 11 della Costituzione italiana è proprio difficile da comprendere e non sarebbe male che il ministro della Difesa spiegasse alle Camere e ai cittadini chi, come, quando, perché e con quali regole, ha deciso che il nostro Paese si lanciasse al comando dell’odierna crociata contro gli assaltatori somali. La Marina Militare non è nuova a operazioni di protezione di mercantili in transito nei mari più pericolosi del mondo, ma sino ad oggi gli interventi sono stati circoscritti alla mera prevenzione armata. Quando nel luglio 2005 l’allora ministro Antonio Martino decise l’invio nel Golfo di Aden di una fregata e di un pattugliatore in chiave anti-pirateria, esse si limitarono alla “sorveglianza, dissuasione ed alla scorta dei mercantili nazionali”.
Trattandosi poi di un’operazione solo “italiana”, non si rischiò di essere coinvolti in un’eventuale operazione di guerra decretata da paesi terzi. Stavolta invece, per la sospetta genericità del testo della Risoluzione ONU, un’unità militare in transito nelle coste somale potrebbe sentirsi legittimata a sferrare, unilateralmente, un attacco contro qualsiasi obiettivo considerato “pirata”. Con conseguenze imprevedibili che potrebbero investire gli altri attori che operano nell’area, creando perfino le condizioni per l’escalation bellica in Corno d’Africa a cui tanti oggi aspirano.
 
La Risoluzione 1838 non definisce inoltre possibili catene di comando nelle operazioni, ma si limita ad un invito ai singoli paesi e alle organizzazioni regionali in lotta contro la pirateria, “a coordinare le loro azioni”. In realtà quanto sta accadendo rassomiglia più ad una disordinata e, per certi versi competitiva rincorsa internazionale alla militarizzazione delle acque e dei cieli del Corno d’Africa. Oltre alle unità della Flotta Nato, dal maggio 2008 sono presenti nel Golfo di Aden navi e sottomarini di Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Pakistan e Stati Uniti (il cacciatorpediniere Uss Howard). A ottobre sono giunte una fregata lanciamissili russa, una portaelicotteri indiana e un’unità da guerra keniana. Da Bruxelles l’Unione Europea ha fatto sapere che entro il mese di dicembre sarà inviata in Somalia una task force composta da unità navali ed aerei di Belgio, Cipro, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Olanda e Svezia. Anche la Lega Araba dovrebbe decidere a giorni la costituzione di una forza aeronavale anti-pirateria.
 
Per l’Unione Europea si tratta della prima missione militare congiunta extra-area. Decisa senza il coinvolgimento del Parlamento di Strasburgo, la missione agirà sotto la supervisione del comando Nato, a conferma della subalternità dell’Unione Europea alle politiche militari di Washington.
 
Il Pentagono ha sviluppato in questi anni una pericolosa visione geostrategica degli interessi da difendere nel quadro della cosiddetta “libertà di navigazione”, enfatizzando una nuova minaccia per il XXI secolo, quella della cosiddetta “pirateria”. L’ammiraglio Michael Mullen, a capo delle forze congiunte della Us Navy, ha descritto la pirateria come “un problema globale a causa dei sui profondi legami con la rete criminale internazionale e l’interruzione del commercio vitale”. La nuova “Cooperative Strategy for the 21st Century” che ridisegna le strategie d’intervento delle forze navali Usa, include la “lotta alla pirateria” tra le principali “azioni di mitigazione delle minacce marittime”. Il 24 agosto 2008, il Comando Centrale dell’Us Navy ha così creato la “Maritime Security Patrol Area” (MSPA), una task force con aerei, elicotteri, navi e velivoli senza pilota per il pattugliamento delle acque somale. Anche in questo caso lo strumento militare è divenuto operativo prima che le Nazioni Unite formalizzassero la richiesta di adozione di “misure necessarie” contro i pirati.
 
La MSPA ha assunto configurazione internazionale, dato che alle unità degli Stati Uniti si sono aggiunte quelle del Canada. Secondo quanto dichiarato dall’ammiraglio Jane Campbell del Comando della V Flotta con base in Bahrein, “il numero della presenza militare nelle acque del Golfo di Aden sarà variabile”. Inoltre le operazioni si coordineranno con il Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA), il dispositivo di 2.000 militari insediato dagli Stati Uniti a Camp Lemonier, Gibuti.
 
A conferma del colpo d’acceleratore impresso da Washington al piano di penetrazione militare in Corno d’Africa, a fine novembre lascerà la base navale di Mayport, Florida, la fregata lanciamissili Uss Robert G. Bradley, per operare a tempo indeterminato agli ordini del nuovo Comando Africom di Stoccarda. La fregata è destinata ad operazioni che includono “la ricerca e l’abbordaggio di navi sospette, l’intelligence, la detenzione di persone d’interesse e la lotta alla pirateria”. Imponente la sua dotazione di armi: due elicotteri SH-60 Sea Hawk-Lamps 3, otto cannoni e decine di lanciatori di misisili anti-nave ed anti-aerei. E sempre in funzione anti-pirateria opereranno le unità dell’Us Guard Coast che il Pentagono ha deciso di trasferire stabilmente nelle acque del continente africano.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 7 novembre 2008

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