I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 31 agosto 2015

Trident Juncture 2015. Il più grande spettacolo dopo il big bang…


La Sicilia laboratorio sperimentale della NATO. L’aeroporto di Trapani Birgi trampolino di lancio delle forze NATO del Terzo Millennio, per un’alleanza militare sempre più aggressiva, flessibile e globale. Tra lo Stretto di Gibilterra e il Mediterraneo centrale e i grandi poligoni di guerra di Spagna, Portogallo e Italia 30.000 militari, 200 velivoli e 50 unità navali di 33 nazioni per la più grande esercitazione NATO dalla fine della guerra fredda. Ospiti d’eccezione, i manager delle industrie militari di 15 Paesi. Molto interessati. I frequenti decolli e atterraggi comportano rischi elevatissimi per il traffico passeggeri di Birgi e per le migliaia di abitanti delle città di Trapani e Marsala e delle Isole Egadi? Poco interessa!  

“La prevista esercitazione internazionale Trident Juncture 2015, inizialmente pianificata per il prossimo autunno e che avrebbe portato oltre 80 velivoli e circa 5.000 militari di varie nazionalità a operare sull’aeroporto sardo di Decimomannu e a permanere nei territori circostanti per quattro settimane, è stata da tempo riprogrammata sull’aeroporto di Trapani”. L’annuncio, ai primi di giugno, è dell’ufficio stampa dello Stato maggiore dell’Aeronautica militare italiana. Trident Juncture 2015, la “più grande esercitazione NATO dalla fine della guerra fredda”, come è stata definita dal Comando generale dell’Alleanza Atlantica, avrà come centro nodale lo scalo aereo siciliano: dal 28 settembre al 6 novembre, cacciabombardieri, grandi velivoli da trasporto e aerei spia decolleranno dalle piste di Birgi per simulare attacchi contro unità navali, sottomarini e target terrestri e testare i nuovi sistemi di distruzione di massa. Al ministero della Difesa, a Roma, si smentisce che il trasferimento dei war games in Sicilia sia stato determinato dalle azioni di lotta dei comitati locali sardi che si oppongono all’asfissiante processo di militarizzazione della Sardegna. Eppure, in un primo momento, una nota del comando militare aveva riportato testualmente che nell’Isola “erano venute a mancare le condizioni per operare con la serenità necessaria per un’attività di tale portata e complessità, che coinvolgerà tutte le aeronautiche dei Paesi NATO”. Poi, invece, hanno spiegato che dietro il dirottamento a Trapani di uomini e mezzi alleati c’erano solo ragioni di tipo tattico o geografiche. “In relazione allo svolgimento dell’esercitazione Trident Juncture 2015 – spiega lo Stato maggiore dell’Aeronautica - la scelta della base di Trapani, unitamente ad altre aree operative nazionali utilizzate dalle altre componenti, è stata presa in considerazione per motivi eminentemente logistici, operativi e di distanze percorribili per ottimizzare le risorse a disposizione e per la pregressa esperienza maturata nel corso di altre operazioni condotte sulla base”.

Trident Juncture interesserà lo spazio aereo e marittimo compreso tra lo Stretto di Gibilterra e il Mediterraneo centrale e i grandi poligoni di guerra di Spagna, Portogallo e Italia. Sotto la supervisione del JFC - Joint Force Command Neaples (JFC), il comando alleato con quartier generale a Lago Patria (Napoli), prenderanno parte alla maxi esercitazione oltre 30.000 militari, 200 velivoli e 50 unità navali di 33 nazioni (i 28 membri NATO più 5 partner internazionali). Ospiti d’eccezione, i manager delle industrie militari di 15 Paesi, onde consentire una “conoscenza più amplia e più profonda tra il settore produttivo e il regime addestrativo dell’Alleanza”, come dichiarato dal Comando NATO di Bruxelles. “Trident Juncture è finalizzata all’addestramento e alla verifica delle capacità dei suoi assetti aerei, terrestri, navali e delle forze speciali, nell’ambito di una forza ad elevata prontezza d’impiego e tecnologicamente avanzata, da utilizzare rapidamente ovunque sia necessario”, spiegano i vertici militari. “L’esercitazione simulerà uno scenario adattato alle nuove minacce, come la cyberwar e la guerra asimmetrica e rappresenterà, inoltre, per gli alleati ed i partner, l’occasione per migliorare l’interoperabilità della NATO in un ambiente complesso ad alta conflittualità”.

All’ultimo vertice dell’Alleanza tenutosi in Galles nel settembre dello scorso anno, è stato approvato il cosiddetto Readiness Action Plan (RAP) che prevede l’implementazione di una serie di strumenti militari per consentire alla NATO di “rispondere velocemente e con fermezza” alle minacce che intende affrontare nell’immediato futuro nell’area compresa tra il Medio Oriente e il Nord Africa e nell’Europa centrale ed orientale, specie alla luce della recente crisi in Ucraina. “Il nuovo Piano di pronto intervento prevede anche un cambiamento della postura delle forze armate alleate di fronte alla minaccia rappresentata dalla guerra ibrida (sovversione, uso dei social network per diffondere foto false, intimidazione con la presenza massiccia di truppe ai confini, disinformazione, propaganda, ecc.), in aggiunta alla guerra convenzionale”, spiegano gli strateghi NATO. Tra le adaption measures più rilevanti adottate in Galles, quella di triplicare il numero dei militari assegnati alla NATO Response Force (NRF), la forza di pronto intervento in grado di essere schierata in tempi rapidissimi in qualsiasi parte del pianeta e che proprio Trident Juncture 2015 dovrà certificarne centri di comando e controllo e capacità di risposta. “La Forza di risposta della NATO è un composto multinazionale tecnologicamente avanzato, rapidamente dispiegabile in operazioni speciali per fornire una risposta militare ad una crisi emergente”, ricorda l’analista Andrea Manciulli, autore di un recente saggio su L’evoluzione della Nato.Discussa per la prima volta nel vertice di Praga del 2002 e raggiunta la piena capacità operativa nell’ottobre 2006, la Forza di reazione rapida è aperta ai paesi partner, una volta approvati dal Consiglio del Nord Atlantico, e si basa su un sistema a rotazione, inizialmente di 6 ed ora di 12 mesi, delle forze speciali terrestri, aeree e marittime degli alleati”. Alla NRF sono stati assegnati pure funzioni di polizia e gestione dell’“ordine pubblico” e d’intervento in caso di disastri. Così, alcune unità speciali sono state dispiegate in Grecia in occasione dei Giochi Olimpici del 2004 e a supporto delle lezioni presidenziali in Afghanistan nel settembre dello stesso anno; tra il settembre e l’ottobre del 2005 la NRF ha distribuito aiuti umanitari alle popolazioni colpite negli Stati Uniti dall’uragano “Katrina” e, poi, in Pakistan (dall’ottobre 2005 al febbraio 2006), dopo il violento terremoto che ha distrutto parte del paese. In attesa d’incorporare sino a 30.000 effettivi, la NRF già dispone di una brigata multinazionale (supportata da altre due brigate pre-designate all’impiego), due gruppi navali (lo Standing Nato Maritime Group SNMG e lo Standing Nato Mine Countermeasures Group SNMCG), una componente aerea, un’unità CBRN (Chemical, Biological, Radiological, Nuclear). Attori chiave della NRF sono i Rapid Deployable Corps (NRDC) che si esercitano con attività addestrative di durata anche semestrale nella conduzione di un’ampia gamma di missioni (dalla guerra ad alta intensità alla lotta contro il terrorismo o l’assistenza umanitaria in caso di disastri, ecc.). Gran Bretagna, Francia, Danimarca, Germania, Grecia, Italia, Olanda, Polonia, Norvegia, Romania, Spagna e Turchia sono i paesi europei che più contribuiscono finanziariamente e operativamente ai Corpi di Rapido Intervento NATO.

A battesimo la nuova task force dell’Alleanza

Il fondamento strategico per potenziare l’interoperabilità e le capacità di rischiaramento avanzato della Forze di pronto intervento è stato fissato nel 2013 dalla Connected Forces Initiative (CFI), l’iniziativa dell’Allied Command Transformation (ACT), il Comando alleato per la trasformazione con sede a Norfolk, Virginia, da cui dipendono una ventina di centri d’eccellenza NATO, due dei quali presenti in Italia (il Modelling & Simulation di Roma e lo Stability Policing COE di Vicenza). I documenti alleati prevedono a breve il rafforzamento della NRF con una brigata da combattimento di 2.500-3.000 uomini (con tre battaglioni di fanteria leggera, motorizzata o aeromobile, più alcuni battaglioni pesanti dotati di artiglieria, del genio, per la “difesa” NBC nucleare, batteriologica e chimica); un gruppo aereo composto da una quarantina tra velivoli da combattimento, di trasporto ed elicotteri, in grado di realizzare sino a 200 sortite al giorno; una task force navale formata da un gruppo guidato da una portaerei, un gruppo anfibio e un gruppo d’azione di superficie, per un totale di 10–12 navi. Fondamentale sarà il ruolo dei nuovi sistemi di telerilevamento ed intelligence, primo fra tutti l’AGS (Alliance Ground Surveillance) che a partire dal prossimo anno sarà attivato nella base siciliana di Sigonella grazie all’acquisizione di alcuni velivoli senza pilota Global Hawk di ultima generazione.

L’esercitazione Trident Juncture 2015 consentirà di sperimentare per la prima volta in scala continentale quella che è destinata a fare da corpo d’élite della NRF, la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), la forza congiunta di pronto intervento opportunamente denominata Spearhead (punta di lancia). Prevista dal Readiness Action Plan, la VJTF sarà pienamente operativa a partire dal prossimo anno e verterà su una brigata di terra di 5.000 militari, supportata da forze aeree e navali speciali e, in caso di crisi maggiori, da due altre brigate con capacità di dispiegamento rapido, fornite a rotazione e su base annuale da alcuni paesi dell’Alleanza. La leadership sarà assunta alternativamente da Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, Polonia e Spagna. “La Spearhead force sarà in grado di essere schierata in meno di 48 ore”, afferma il Comando Nato. “In particolare, essa potrà essere di grande aiuto nel contrastare operazioni irregolari ibride come ad esempio lo schieramento di truppe senza le insegne nazionali o regolari e contro gruppi d’agitatori. Se saranno individuati infiltrati o pericoli di attacchi terroristici, la VJTC potrà essere inviata in un paese per operare a fianco della polizia nazionale e delle autorità di frontiera per bloccare le attività prima che si sviluppi una crisi”. Con la creazione della task force, la NATO ha riorganizzato quartier generali e comandi operativi: la Forza di pronto intervento NRF, nello specifico, è stata posta gerarchicamente sotto il controllo dei JFC - Joint Force Command di Brunssum (Olanda) e Napoli e di alcuni sottocomandi: per la componente terrestre (First German-Netherland Corps) quello di Münster, Germania; per la componente aerea (Joint Force Air Component HQ) Lione, Francia; per la componente navale (Spanish Maritime Force Command) Rota, Spagna; per le Forze Speciali (Polish Special Operations Command) Cracovia; per i Supporti logistici (Joint Logistic Support Group) Napoli.

Un aeroporto ostaggio dei signori della guerra

Il transito e il dispiegamento nello scalo siciliano di Trapani Birgi di decine di cacciabombardieri, aerei radar, velivoli cargo e rifornitori in volo non potrà che avere effetti pesantissimi sulla sicurezza e la regolarità del traffico aereo civile (grazie ai low cost questo aeroporto è uno dei più trafficati di tutto il sud Italia, ben 1.598.571 passeggeri in transito lo scorso anno). Nel trapanese è ancora vivo il ricordo di quanto avvenne nella primavera-estate del 2011, quando Birgi fu utilizzata dalla coalizione internazionale a guida USA-NATO per le operazioni di guerra contro la Libia di Gheddafi. In particolare, dal 21 al 31 marzo furono interdetti tutti i voli civili mentre successivamente, sino alla fine del mese di agosto, lo Stato Maggiore dell’Aeronautica impose un tetto massimo di 40 movimenti giornalieri che causò una drastica flessione del flusso estivo di turisti nelle province occidentali della Sicilia. Le operazioni di guerra in Libia proseguirono sino al 31 ottobre 2011, con grande dispiegamento a Birgi di uomini e mezzi dell’Aeronautica italiana e di alcuni partner NATO. I cacciabombardieri F-16 in dotazione allora al 37° Stormo dell’Aeronautica di Trapani Birgi operarono prima sotto il comando delle forze armate USA per il continente africano (US Africom) con compiti di “protezione e scorta delle missioni di soppressione delle difese aeree nemiche” ed “offensiva contro-aerea” e, successivamente, nell’ambito della missione NATO Unified Protector, per la “protezione di aerei rifornitori e radar AWACS, ricerca ed intercettazione di elicotteri ed aerei, implementazione della No Fly Zone”. A partire dal 1° aprile nello scalo siciliano fu costituito il T.G.A. - Task Group Air Birgi per coordinare le operazioni dei velivoli rischierati dall’Aeronautica (gli Eurofighter del 4° Stormo di Grosseto e del 36° Stormo di Gioia del Colle, i Tornado IDS del 6° Stormo di Ghedi-Brescia ed ECR del 50° Stormo di Piacenza, gli AMX del 32° Stormo di Amendola-Foggia e del 51° Stormo di Istrana-Treviso). In sette mesi di attività, i caccia italiani eseguirono da Trapani quasi 1.700 missioni per un totale di oltre 6.700 ore di volo, sganciando in Libia più di 500 tra bombe e missili da crociera a lunga gittata. Dal Task Group Air Birgi dipese pure l’utilizzo degli aerei senza pilota Predator B, in dotazione al 32° Stormo. A Trapani furono trasferiti infine sette caccia F-18 Hornet, due velivoli tanker C-150T e due CP-140 Aurora per la guerra elettronica delle forze armate canadesi, tre velivoli E-3A AWACS della NATO e due AWACS e due aerei da trasporto VC-10 Vickers britannici. Dallo scalo siciliano transitarono pure 300 aerei cargo e circa 2.000 tonnellate di materiale a disposizione della coalizione alleata. Stando alle stime ufficiali, la NATO avrebbe lanciato da Trapani quasi il 14% dei blitz aerei contro obiettivi libici.

L’aeroporto di Birgi è classificato ancora come “scalo militare destinato al ruolo di Deployement Operating Base (DOB)”: sostiene cioè i rischieramenti di velivoli da guerra italiani e NATO, ma le sue due piste lunghe rispettivamente 2.695 e 2.620 metri, possono essere aperte al traffico aereo civile “a determinate condizioni”. Attualmente lo scalo ospita il Comando del 37° Stormo dell’Aeronautica, il 18° Gruppo di volo dotato di otto caccia multiruolo di ultima generazione Eurofighter Typhoon e l’82° Centro CSAR (Combat Search and Rescue), equipaggiato con gli elicotteri HH-3F, con compiti di ricerca e soccorso degli equipaggi dispersi e il trasporto sanitario d’urgenza. Dalla seconda metà degli anni Ottanta, Trapani Birgi è pure la base operativa avanzata (FOB) degli aerei-radar E-3A AWACS nell’ambito del programma multinazionale NATO Airborne Early Warning Force per la sorveglianza integrata dello spazio aereo, il cui comando generale è ospitato a Geilenkirchen (Germania). Da due anni a questa parte, l’aeroporto è utilizzato infine dall’industria Piaggio Aerospace (interamente controllata da un fondo degli Emirati Arabi Uniti) per testare i nuovi velivoli senza pilota P.1HH “HammerHead” (Squalo martello), prodotti negli stabilimenti di Villanova d’Albenga (Savona). Lo Squalo martello si posiziona nella fascia alta dei velivoli a pilotaggio remoto MALE (Medium Altitude Long Endurance); con un’apertura alare di 15,5 metri, il drone può raggiungere la quota di 13.700 metri e permanere in volo per più di 16 ore. Le torrette elettro-ottiche, i visori a raggi infrarossi e i radar di cui è dotato gli consentono d’individuare l’obiettivo, fornire ai caccia “amici” le coordinate per l’attacco aereo o terrestre, oppure colpire direttamente con missili e bombe a guida di precisione (lo Squalo martello può trasportare sino a 500 kg di armamenti). I frequenti decolli e atterraggi del drone militare comportano rischi elevatissimi per il traffico passeggeri di Birgi e per le migliaia di abitanti delle città di Trapani e Marsala e delle isole Egadi. Il 19 marzo scorso si è pure sfiorata la tragedia: alle ore 13 circa, lo Squalo martello è uscito fuori pista durante le prove di rullaggio, terminando la sua corsa nel prato circostante. Per motivi di sicurezza, lo scalo aereo è stato temporaneamente chiuso al traffico civile e i voli dirottati a Palermo Punta Raisi.

Inchiesta pubblicata su Casablanca. Le Siciliane, n. 40, giugno - luglio 2015.

lunedì 6 luglio 2015

Iran, Libano e Siria nelle mire dei caccia italiani venduti a Israele


I caccia avanzati M-346 di Alenia Aermacchi (Finmeccanica) consentono ai piloti israeliani di addestrarsi meglio contro i velivoli da guerra e i missili posseduti da Iran, Siria e dagli Hezbollah libanesi. È quanto dichiarato a The Jerusalem Post dal maggiore Erez, vicecomandante dello squadrone d’addestramento israeliano di Hatzerim, base aerea a una decina di chilometri da Be’er Sheva, nel deserto del Negev. L’intervista è stata concessa il 23 giugno scorso durante la cerimonia di consegna del grado di ufficiale al primo gruppo di cadetti del 170th IAF (Israel Air Force) training course, a conclusione del periodo di addestramento sul nuovo velivolo di produzione italiana. “Grazie all’M-346, possiamo addestrare i nostri piloti in modo realistico, accrescendo le loro abilità in volo nell’affrontare le minacce e condurre al termine le missioni assegnate”, ha spiegato il maggiore Erez. “All’inizio i piloti apprendono come ingaggiare un singolo aereo nemico, poi si addestrano nel combattimento aria-aria contro caccia multipli e ad affrontare i missili terra-aria posseduti dagli Hezbollah, dalla Siria e dall’Iran. Adesso, dopo sei mesi di addestramento con i nuovi caccia, se ordino loro di abbattere un aereo, essi sanno cosa fare. In termini di strike aria-terra, possono localizzare un obiettivo e bombardarlo in maniera standard”. Nel prossimo stage addestrativo con gli M-346 di Alenia Aermacchi, i piloti israeliani affronteranno scenari di guerra ancora più complessi. “Ci addestreremo a un ampio ventaglio di missioni – ha concluso Erez - come intercettare un aereo passeggeri sequestrato o jet siriani che sono venuti a bombardare Tel Aviv; saranno simulati attacchi a lungo raggio che impongono tempi di volo prolungati per colpire bersagli che sono molto distanti e rientrare poi sani e salvi”.

Denominato dagli israeliani “Lavi” (leone in ebraico), l’Alenia Aermacchi M-346 è il velivolo da addestramento “più avanzato oggi disponibile sul mercato ed è l’unico al mondo concepito appositamente per i piloti destinati ai velivoli militari ad alte prestazioni di ultima generazione”, come affermano i manager dell’azienda del gruppo Finmeccanica. “Per la sua flessibilità, esso può essere configurato come un accessibile advanced defence aircraft per ruoli operativi. Il Sistema integrato d’addestramento (ITS) dell’M-346, oltre al velivolo, comprende anche un esaustivo Ground Based Training System (GBTS), che permette all’allievo pilota di familiarizzare con le procedure e anticipare a terra le attività addestrative che poi svilupperà in volo”. Così i cadetti IAF possono prepararsi all’utilizzo delle sofisticate tecnologie presenti a bordo dei cacciabombardieri delle principali forze aeree internazionali (F-15, F-16, Eurofighter, Gripen, Rafale, F-22, ecc.) e di quelli di “quinta generazione” come i Lockheed Martin F-35A Joint Strike Fighter, i cui primi esemplari saranno consegnati all’aeronautica israeliana entro la fine del 2016. I “Lavi” però non sono solo caccia-addestratori: armati con bombe e missili possono essere convertiti anche per attacchi contro obiettivi terrestri e navali. Sono gli stessi produttori italiani a rilevare la portata altamente distruttiva dell’M-346. “Dall’inizio del programma – spiega Alenia – il velivolo è stato concepito con l’aggiunta di capacità operative, con l’obiettivo di fornire un aereo da combattimento multiruolo molto capace, particolarmente adatto per l’attacco a terra e di superficie compreso il CAS (Close Air Support), COIN (COunter INsurgency) o anti-nave, nonché le missioni di polizia aerea”.

Oltre alla produzione nel proprio stabilimento di Venegono Superiore (Varese), Alenia Aermacchi cura parte della logistica e le attività di manutenzione e riparazione degli M-346 nel Ground Training Center realizzato nella base di Hatzerim da due aziende leader del complesso militare industriale israeliano, Elbit Systems e IAI - Israel Aircraft Industries. Elbit Systems ha pure sviluppato una parte dei simulatori di volo e i software dei “Lavi” che consentono ai piloti di esercitarsi alla guerra elettronica, all’individuazione delle installazioni radar nemiche e all’uso di sistemi d’arma avanzati. L’azienda ha pure messo a punto i futuristici elmetti da combattimento Targo per gli allievi piloti: essi forniscono immagini complete e a colori sia nelle missioni diurne che notturne, consentendo una ricognizione “immediata e intuitiva” di un velivolo alleato, nemico o ignoto e dello scenario aereo, terrestre o marittimo in cui si dovrà operare.
La decisione del governo israeliano di sottoscrivere un accordo preliminare con Alenia Aermacchi per l’acquisto di 30 caccia M-346 risale al febbraio 2012. Il prototipo del “Lavi” fu presentato ufficialmente il 23 marzo 2014 nel corso di una cerimonia a Venegono Superiore, alla presenza di alti ufficiali del ministero della Difesa e dell’aeronautica israeliana. I primi due caccia furono consegnati all’IAF nel luglio 2014, proprio quando le forze armate israeliane erano impegnate nella sanguinosa operazione “Bordo protettivo” nella striscia di Gaza. Alenia Aermacchi si è impegnata a consegnare i restanti esemplari degli M-346 alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’Aeronautica d’Israele entro la fine del 2016.

mercoledì 1 luglio 2015

Decolla pure da Fontanarossa l’aereo USA che spia la Tunisia


Anche lo scalo aereo di Catania Fontanarossa, insieme a Pantelleria, è interessato dalle attività di spionaggio aereo delle forze armate Usa in Tunisia. Secondo il cronogramma pubblicato sul sito Flightradar24.com che registra i voli effettuati nell’ultima settimana, il bimotore Beech B300 Super King Air, numero di matricola N351DY, utilizzato per le operazioni d’intelligence top secret in Tunisia, ha effettuato almeno un decollo al giorno dall’aeroporto etneo, escluso sabato 27 giugno. Più specificatamente l’aereo nella disponibilità di US Africom, il Comando delle forze armate statunitensi per il continente africano, è decollato da Fontanarossa giovedì 25 alle ore 4.10; venerdì 26 alle 4.14; domenica 28 alle 5.41; lunedì 29 alle 5.27 (nella stessa giornata il bimotore ha operato alle 13.07 pure da Pantelleria); martedì 30 alle 5.12, mentre stamani 1° luglio il Beech Super King ha lasciato Catania un po’ più tardi del solito, alle 6.42.

Contemporaneamente all’utilizzo di un secondo aeroporto siciliano come base di supporto logistico, l’aereo spia ha esteso il proprio raggio d’azione ad altre regioni della Tunisia. Mentre inizialmente le missioni si erano concentrate infatti alle aree di Monte Chaambi, Djebal Salloum e Foussena, al confine con l’Algeria, dove sono in corso violenti combattimenti tra le forze armate tunisine e i gruppi ribelli islamico-radicali, nell’ultima settimana il velivolo Usa ha operato pure sui cieli di Sousse (la località turistica dove si è consumata l’efferata strage dei turisti in spiaggia), Hammamet e Bargou (governatorato di Siliana).

Nei giorni scorsi, il ministero della Difesa, nel rispondere a due interrogazioni parlamentari del M5S, aveva ammesso di aver autorizzato sin dall’ottobre 2014 il “rischieramento temporaneo” sulla base aerea di Pantelleria di “un assetto civile, identificato come King Air BE-350, non armato e gestito da una compagnia privata per conto di Africom”, al fine di “consentire l’esecuzione di missioni di riconoscimento e sorveglianza nel Nordafrica”. Il ministero della Difesa aveva dichiarato altresì che l’autorizzazione ai voli spia potrebbe essere prorogata sino alla fine del 2015 e che “l’Aeronautica militare italiana fornisce un limitato supporto tecnico-logistico, regolamentato da un apposito accordo tecnico di contingenza, denominato  Contingency  Technical  Arrangement”. Sempre per ammissione della Difesa, il rischiaramento del bimotore a Pantelleria è stato autorizzato anche se “non si è al corrente di specifici accordi fra la Tunisia e gli Stati Uniti”.

Queste ultime affermazioni hanno irritato particolarmente gli attivisti no war siciliani e il team di legali del Coordinamento dei comitati No Muos che in sede amministrativa e penale ha sollevato più di un dubbio sulla legittimità costituzionale degli accordi sulle basi Usa e Nato in Italia e quelli realtivi all’installazione in territorio italiano di strumenti di guerra ad uso esclusivo delle forze armate statunitensi. “La risposta alle interrogazioni del M5S, oltre a confermare l’utilizzo di Pantelleria per le suddette operazioni Usa, dimostra l’assoluta superficialità con la quale l’uso è stato autorizzato pur senza conoscere nulla di ciò che si stava autorizzando”, commentano gli avvocati Paola Ottaviano e Sebastiano Papandrea. “Affermare di non essere al corrente di specifici accordi fra la Tunisia e gli Stati Uniti, significa che è stata autorizzata un’attività della quale si sconoscono gli scopi, le modalità e gli accordi sottostanti”.

“Sconcerta poi che tutto questo sia stato fatto in base ad un semplice Accordo Tecnico”, aggiungono i due legali No MUOS.Consentire l’effettuazione di attività d’intelligence in una zona di guerra, per le ricadute che può avere e il possibile coinvolgimento del nostro territorio nel conflitto in corso, non può essere definito con un semplice accordo tecnico. Si tratta di una precisa scelta politica che andrebbe fatta, intanto conoscendo bene quali sono i termini della questione e quali gli accordi sottostanti (un supporto militare alla Tunisia? Solo attività di intelligence? Supporto tecnico con fornitura di attrezzature?). Va invece ribadito che una simile decisione, secondo la nostra costituzione, spetterebbe al Parlamento che, ai sensi dell’art. 80, ha il compito di approvare tutti quegli accordi internazionali che hanno rilevanza politica”.
Paola Ottaviano e Sebastiano Papandrea lamentano come la vicenda dei voli spia in partenza dagli scali di Pantelleria e Catania Fontanarossa sia del tutto simile a quella relativa all’installazione del terminale terrestre del MUOS a Niscemi. “Ancora una volta, dobbiamo constatare come di fronte ai diktat degli Stati Uniti si compiano violazioni di norme e principi costituzionali”, scrivono i due avvocati. “L’aeroporto di Pantelleria era destinato alla conversione civile, ma l’instabilità dell’area ha spinto verso la decisione di potenziarlo a fini militari. La logica della guerra sfrenata e fuori dai paletti  giuridici e politici a cui dovrebbe sottostare secondo regole nazionali e internazionali, mette sempre più a rischio la sicurezza e la salute delle persone, sacrifica l’economia della Sicilia, favorendo solo le lobby legate al commercio delle armi, settore sempre lautamente finanziato a discapito dei servizi essenziali”.

lunedì 29 giugno 2015

L’Italia prorogherà l’uso di Pantelleria per i voli spia Usa in Tunisia


Il governo italiano autorizzerà l’utilizzo dell’aeroporto di Pantelleria per le operazioni d’intelligence delle forze USA sui cieli della Tunisia perlomeno sino alla fine del 2015, anche senza un accordo formale tra le autorità di Tunisi e Washington o che previamente sia sentito il Parlamento sulla legittimità e l’opportunità delle attività militari statunitensi in nord Africa. E’ quanto comunicato dal ministero della Difesa nelle risposte a due interrogazioni del Movimento 5 Stelle (una con primo firmatario il sen. Vincenzo Santangelo, la seconda dell’on. Gianluca Rizzo), presentate in aprile dopo che alcune inchieste giornalistiche avevano documentato i decolli da Pantelleria di un bimotore Super King Air 300 per operazioni top secret di sorveglianza e riconoscimento nelle aree impervie di Monte Chaambi, Djebal Salloum e Foussena, al confine con l’Algeria, dove da tempo erano (e sono) in corso violenti combattimenti tra le forze armate tunisine e i gruppi ribelli d’ispirazione islamico radicale. Il velivolo, numero di matricola N351DY, è risultato essere di proprietà dell’Aircraft Logistics Group LLC, società del gruppo finanziario Acorn Growth Companies (AGC) di Oklahoma City, attivo nel settore aerospaziale civile e militare e il cui vicepresidente è l’ex generale Peter J. Hennessey, già responsabile di tutte le attività logistiche dell’US Air Force durante l’operazione “Enduring Freedom” in Afghanistan.

Rispondendo a M5S, il sottosegretario alla difesa Domenico Rossi ha spiegato che “l’Office of Defense Cooperation (ODC) dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma aveva chiesto allo Stato maggiore della Difesa l’autorizzazione al rischieramento temporaneo sulla base aerea di Pantelleria di un assetto civile (identificato come King Air BE-350, non armato e gestito da una compagnia privata per conto del Comando statunitense per il continente africano, denominato AFRICOM), al fine di consentire l’esecuzione di missioni di riconoscimento e sorveglianza nel Nordafrica (a fronte delle quali non si è al corrente di specifici accordi fra la Tunisia e gli Stati Uniti)”. “Dopo le pertinenti valutazioni di fattibilità – ha aggiunto Rossi - lo Stato maggiore della Difesa, ottenuto l’avallo politico nell’ottobre 2014, ha quindi concesso l’autorizzazione temporanea (fino al 31 maggio 2015), anche se l’Office of Defense Cooperation ha avanzato una richiesta di proroga sino alla fine dell’anno, attualmente in fase di valutazione”. Sempre per il sottosegretario alla Difesa, l’attività di volo sarebbe limitata ad una “sola sortita giornaliera” e non avrebbe “alcuna priorità rispetto al traffico aereo civile dell’aeroporto di Pantelleria”. Un “limitato supporto tecnico-logistico” al rischiaramento del velivolo-spia statunitense è stato fornito dall’Aeronautica militare italiana, sulla base di un apposito accordo tecnico di contingenza, denominato Contigency  Technical  Arrangement.

“Riteniamo insoddisfacente la risposta del ministero della Difesa”, ha commentato il parlamentare Gianluca Rizzo. “Dopo aver visto transitare nel cielo gli aerei e arrivare sull’isola un gruppo di militari statunitensi, la popolazione di Pantelleria ha espresso preoccupazione sia per la propria sicurezza che per la mancanza di informazione su quanto stava accadendo”, spiega Rizzo. “Restiamo perplessi sul riferimento del governo agli accordi che disciplinerebbero la sperimentazione del velivolo Usa, reputando assurdo in particolare che sia stato concesso l’uso di uno scalo aereo italiano senza essere al corrente dei dettagli di eventuali accordi tra Stati Uniti e Tunisia”. In verità, con la risposta ufficiale del governo italiano, sono adesso perlomeno quattro (e tutte differenti) le versioni ufficiali rese tra Roma, Tunisi e Washington sulle operazioni d’intelligence Usa in una delle aree più conflittuali di tutta l’Africa settentrionale. “Le attività nello spazio aereo tunisino di velivoli in missione di sorveglianza rientrano nell’ambito della cooperazione militare e d’intelligence con l’Unione europea per la lotta al terrorismo”, aveva dichiarato alla vigilia di Pasqua, il ministro degli affari esteri tunisino Taieb Baccouche. Di contro, Benjamin Benson, addetto stampa di US Africom, aveva affermato che le operazioni Usa nello spazio aereo tunisino “sono condotte con l’autorizzazione del governo nazionale”, nel quadro degli “sforzi multinazionali per la stabilizzazione della regione e della lotta al terrorismo e alla pirateria”. Di accordi bilaterali “che riguardano esclusivamente Stati Uniti e il governo di Tunisi” aveva parlato anche il Capo dell’Ufficio pubblica informazione dello Stato Maggiore dell’Aeronautica militare italiana, colonnello Urbano Floreani. “Gli Stati Uniti ci hanno spiegato che le autorità tunisine sono interessate a questo nuovo assetto aereo che può e potrà essere utilizzato per il monitoraggio e la raccolta di dati sensibili e l’interesse della Tunisia è relativo alla possibilità di un suo eventuale acquisto”, aveva aggiunto l’ufficiale. “Il velivolo statunitense sta eseguendo voli sperimentali sulla Tunisia con il supporto logistico della componente della US Navy di stanza a Sigonella. La scelta di Pantelleria è scaturita dalla maggiore convenienza - in termini di tempo di permanenza in volo - rispetto alla più distante Sigonella e alle caratteristiche specifiche dello scalo aereo (le piste sono di dimensioni ridotte), con la possibilità cioè di eseguire atterraggi e decolli più simili a quelli che eventualmente potrebbero essere fatti in Tunisia”.
Realizzato alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, lo scalo di Pantelleria è classificato come aeroporto militare “aperto al traffico civile” ed è destinato al ruolo di deployment operating base (DOB), cioè base per il rischiaramento avanzato dei velivoli in caso di crisi o esercitazioni, sia in ambito militare nazionale che Nato. Attualmente è sede di un distaccamento dell’Aeronautica militare, dipendente dal 37º Stormo di Trapani-Birgi, che fornisce un supporto alle attività dei caccia militari e a quelle di soccorso e ricerca SAR. Il distaccamento era stato inserito inizialmente nel programma di razionalizzazione delle strutture organizzative della difesa, approvato dal governo il 14 novembre 2012. Nello specifico, il piano prevedeva la soppressione a breve termine del presidio dell’Aeronautica di Pantelleria e l’avvio dell’iter di cambio di status dello scalo aeroportuale da militare a civile.Tuttavia, alla luce del sempre più emergente contesto d’instabilità dei paesi nord africani, che hanno profondamente mutato il quadro geostrategico del Mediterraneo centrale, la Forza armata ha preso atto del rinnovato interesse strategico che il piccolo distaccamento aeroportuale riveste da un punto di vista operativo”, dichiarava nel settembre 2013 l’allora ministro Mario Mauro, rispondendo ad un’interrogazione del Movimento 5 Stelle. “Tali aspetti hanno comportato la rivalutazione del provvedimento di soppressione con la conseguente scelta di attuare una semplice riorganizzazione ordinativa mirata a mantenere in essere le funzioni strettamente necessarie all’impiego strategico del distaccamento”. In realtà la proiezione offensiva dell’isola è stata potenziata: di recente, infatti, sono state ampliate le due piste di volo ed ammodernato il mega-hangar “Nervi”, ricavato all’interno di una collina confinante con l’aeroporto, capace di ospitare sino ad una cinquantina di aerei da guerra.

domenica 28 giugno 2015

L’Unione europea alla guerra contro i migranti nel Mediterraneo


L’Europa fortezza ha scatenato una vasta offensiva militare nel Mediterraneo per impedire il flusso di migranti dall’Africa o dal Medio oriente verso le coste dell’Italia e della Grecia. Unità navali, aerei da guerra, elicotteri, velivoli senza pilota pattugliano giorno e notte le acque con il solo scopo di monitorare rotte e traffici, mentre quasi nulla viene fatto per potenziare le operazioni SAR di ricerca e soccorso in caso di naufragi. L’obiettivo a medio termine è quello di proiettare ancora più a sud la frontiera Ue, occupando militarmente i porti e le città costiere della Libia e della Tunisia, trasferendo in Africa centri di “prima accoglienza” e strutture detentive per migranti, rifugiati e richiedenti asilo.    

Dal 2004 c’è un’agenzia europea, Frontex, a cui è affidato il ruolo di predisporre e gestire le operazioni, sempre più spesso semiclandestine e illegali, di guerra alle migrazioni e ai migranti in fuga dai conflitti che insanguinano il pianeta (in Europa orientale, Africa, Medio oriente, Asia sud-orientale, ecc.). Istituzionalmente Frontex ha il compito di coordinare le attività degli Stati membri Ue nel controllo delle frontiere esterne marittime, terrestri e aeree. Negli anni, l’agenzia ha assunto la guida di molteplici e complesse attività di sorveglianza del Mediterraneo, delle frontiere terrestri tra Grecia e Turchia e nei Balcani e, grazie ad alcuni accordi di esternalizzazione dei controlli anche in Bielorussia, Moldavia, Ucraina, Georgia, Capo Verde, Nigeria, Mauritania, Libia, Egitto, Senegal. L’agenzia europea si occupa inoltre di rimpatri forzati (Joint Return Operations): dal 2006 al 2013 Frontex ha partecipato a 209 operazioni congiunte di rimpatrio, in collaborazione con gli stati Ue, che hanno coinvolto 10.855 migranti.

Sin dalla sua nascita, l’agenzia europea ha avuto a disposizione costosi strumenti militari e d’intelligence; nel 2010, Frontex era già dotata di 26 elicotteri, 22 aerei leggeri, 113 navi, 476 apparecchiature elettroniche (radar mobili, video termici, sonde e detector). Se nel 2005 il budget assegnatole annualmente era di 6 milioni di euro, nel 2011 esso ha superato i 118 milioni; complessivamente nel periodo 2007-2013 Frontex ha ricevuto finanziamenti per oltre 285 milioni di euro. L’Unione europea assegna ulteriori fondi all’agenzia di controllo delle frontiere con il programma di ricerca e sviluppo FP7, consentendole di sperimentare e acquisire sistemi militari sempre più sofisticati, droni, ecc.. Grazie all’organizzazione di seminari, workshop e vere e proprie fiere internazionali di armi, software e attrezzature d’intelligence, Frontex ha assunto un ruolo chiave per la promozione e lo sviluppo del complesso militare-industriale-finanziario europeo. Ciò ha contribuito a condizionare pesantemente le scelte dell’Unione europea nel settore delle politiche migratorie e della protezione dei rifugiati. Mentre vengono dilapidate risorse ingentissime per l’acquisto e l’implementazione di muri e recinzioni, sistemi di sorveglianza e per il pattugliamento delle frontiere esterne, Bruxelles ha progressivamente ridotto le spese per l’accoglienza dei richiedenti asilo. Secondo quanto documentato da Amnesty International nel rapporto Il costo umano della Fortezza Europa: le violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti e dei rifugiati alle frontiere d’Europa (luglio 2014), tra il 2007 e il 2013 l’Ue ha speso quasi due miliardi di euro per “proteggere” le sue frontiere esterne e appena 700 milioni per assistere i richiedenti asilo e i rifugiati giunti in territorio europeo. Ancora più sbilanciato, nello stesso periodo, il rapporto tra le diverse voci di spesa in Italia: a fronte di 250 milioni di euro per militarizzare i confini in funzione anti-migranti, i vari governi succedutisi alla guida del Paese hanno destinato solo 36 milioni per l’accoglienza di migranti e richiedenti asilo (7 volte in meno), con tutte le distorsioni e le illegalità prodotte dal sistema criminogeno delle false emergenze “invasione” e della falsa assistenza in centri detentivi e semidetentivi (CIE, CARA, Centri di prima accoglienza, ecc.), come evidenziato dalle numerose inchieste giudiziarie in corso.

L’Italia, nonostante gli ipocriti piagnistei e le recriminazioni di quasi tutte le forze politiche, è il maggiore beneficiario dei finanziamenti Ue nel campo della lotta alle migrazioni. Sempre nel periodo 2007-2013, il nostro Paese ha ricevuto da Bruxelles 478,7 milioni di euro nell’ambito dei fondi europei per i rifugiati, di quelli per “l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi”, per i rimpatri e il controllo delle frontiere esterne. L’Italia ha pure ricevuto più di 150 milioni di euro nell’ambito del Fondo sicurezza interna per le frontiere e 30 milioni per l’emergenza migrazioni post ottobre 2013 (10 milioni nel quadro del Fondo europeo per i rifugiati, 7,9 milioni per il “consolidamento delle operazioni congiunte di Frontex nel Mediterraneo” e 12 milioni per il controllo delle frontiere e i rimpatri dei migranti). Qualche mese fa la Commissione europea ha deciso di potenziare l’assistenza a favore dell’Italia con 13,7 milioni di euro provenienti dal Fondo Asilo, migrazione e integrazione (Amif) e si è impegnata, per il periodo 2014-2020, a stanziare 310 milioni di euro con il Fondo Amif e 212 milioni con il Fondo per la sicurezza interna.

Eurosur, l’intelligence satellitare nel Mediterraneo

Bruxelles ha potenziato il dispositivo sicuritario anti-migranti dando vita nel dicembre 2013 al Sistema globale europeo di sorveglianza delle frontiere (Eurosur) che ha consentito una più stretta cooperazione tra gli Stati membri Ue, l’agenzia Frontex e i paesi non-Ue confinanti. Grazie a un unico centro di controllo, all’uso di satelliti ed avanzati dispositivi tecnologici, sensori ottici e radar, Eurosur consente di mettere in rete e coordinare le attività delle diverse polizie nazionali nella repressione della tratta di esseri umani e dell’immigrazione illegale. Secondo la Commissione europea, l’ossatura del programma è costituita dai centri nazionali di coordinamento, tramite i quali tutte le autorità nazionali responsabili della sorveglianza delle frontiere (in Italia la Polizia, la Guardia di finanza, la Guardia costiera, la Marina militare, ecc.) sono tenute a cooperare congiuntamente. “Tali autorità nazionali si scambiano informazioni su episodi che si verificano alle frontiere esterne terrestri e marittime, sulla situazione e sull’ubicazione dei pattugliamenti, nonché relazioni analitiche e di intelligence”, riporta EuNews.it. “Ogni centro potrà vedere in tempo reale cosa sta succedendo ai confini delle altre nazioni, le diverse polizie potranno fare videoconferenze, richiedere aiuto reciproco in caso di necessità, potranno scambiarsi informazioni riservate in tutta sicurezza e utilizzare le immagini riprese dai satelliti di controllo”. La raccolta e l’analisi dei dati è affidata a Frontex, che così “potrà aiutare anche gli Stati membri a localizzare le piccole imbarcazioni cooperando strettamente con altre agenzie dell’Ue, come l’Agenzia europea per la sicurezza marittima e il Centro satellitare dell’Unione europea”. Per il periodo 2011-2020 è stata stimata per il funzionamento di Eurosur una spesa complessiva di 338 milioni di euro.

Navi e aerei da guerra Triton contro i migranti

A seguito della decisione del governo italiano di porre termine alla controversa operazione militare Mare Nostrum, troppo dispendiosa e comunque incapace a contenere il flusso d’imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo verso il sud Italia, il 1° novembre 2014 Frontex ha dato vita all’Operazione Triton, prioritariamente con finalità di sorveglianza marittima e, solo sussidiariamente, di “salvataggio”. Inizialmente sia il budget che il dispositivo aeronavale schierato nel Mediterraneo centrale erano molto al di sotto di quanto predisposto dall’Italia con Mare Nostrum. Frontex aveva destinato alle attività di pattugliamento 2,83 milioni al mese, 65 “agenti” e 12 mezzi militari (due aerei, un elicottero, due navi di pattuglia in mare aperto, sei pattugliatori costieri e una motovedetta appartenenti ad Italia, Malta e Islanda). In quella fase, l’area operativa delle unità era stata limitata alle acque territoriali italiane e solo parzialmente alle zone SAR (search and rescue) di Italia e Malta, per un raggio di appena 30 miglia nautiche, mentre i mezzi aerei e navali operavano principalmente da due basi siciliane, Lampedusa e Porto Empedocle. L’agenzia Frontex ha pure fornito cinque team per la raccolta dei dati d’intelligence sui network di trafficanti nei paesi di origine e di transito dei migranti.

A metà febbraio la Commissione europea ha deciso di prorogare sino alla fine del 2015 il programma Triton, stanziando una dotazione aggiuntiva di 18.250.000 euro. A fine maggio Bruxelles ha inoltre esteso a 138 miglia nautiche a sud della Sicilia il raggio d’azione militare e d’intelligence anti-migranti. “L’area operativa dell’operazione Triton viene estesa così sino a 80 chilometri dalla costa libica ma le unità aeree e navali potranno fare ingresso nelle acque del Paese su richiesta d’intervento per operazioni di soccorso e salvataggio”, ha spiegato il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri. Da quest’estate, il dispositivo militare nel Mediterraneo centrale conta su tre aerei, sei navi d’altura, dodici pattugliatori e due elicotteri. Quasi tutti i paesi dell’Unione, con esclusione di Bulgaria, Cipro e Ungheria, si sono impegnati a fornire personale e mezzi. La Commissione europea ha pure stanziato a favore dell’agenzia di controllo delle frontiere altri 26,25 milioni di euro per rafforzare da giugno fino a fine 2015 le operazioni Triton e Poseidon (quest’ultima è in corso nell’Egeo e in territorio greco). Conti alla mano, il budget annuale di Triton supererà i 38 milioni di euro, mentre a Poseidon saranno destinati complessivamente 18 milioni. Bruxelles prevede di finanziare le due operazioni anche per il prossimo anno con 45 milioni.

Verso il blocco navale Ue delle coste nordafricane 

Frontex e le unità militari assegnate a Triton dovranno coordinarsi e cooperare con la missione navale EuNavFor Med, lanciata nel maggio di quest’anno dai ministri degli esteri dell’Unione europea contro le reti di trafficanti e scafisti in nord Africa. EuNavFor Med avrà sede presso l’Operational Headquarter Ue di Roma, sorto nei pressi dell’aeroporto militare di Centocelle e sarà posta sotto il comando dell’ammiraglio italiano Enrico Credendino, già comandante dall’agosto al dicembre 2012 della Forza navale europea EuNavFor impegnata nell’operazione Atalanta contro la pirateria nelle acque del Corno d’Africa. Per la task force anti-migranti, di cui si attende ancora l’autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma che sarà operativa dal 1° luglio, il Consiglio dei ministri Ue ha stanziato per i primi dodici mesi di attività 11,82 milioni di euro. A EuNavFor Med contribuiranno fattivamente 14 paesi: Belgio, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lettonia, Italia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Slovenia, Spagna e Ungheria (ognuno di essi di assumerà i costi del personale e degli assetti militari predisposti). La forza navale avrà in dotazione inizialmente sette navi militari, due sottomarini, una decina tra aerei da ricognizione ed elicotteri, due droni e un migliaio di soldati circa. Nave ammiraglia sarà la portaerei italiana “Cavour”, la stessa che secondo il Pentagono dovrà ospitare  a partire da settembre gli uomini e i convertiplano (velivoli ibridi, metà elicottero e metà aereo) V-22 “Osprey” della Special Purpose Marine-Air Ground Task Force Crisis Response-Africa, la forza di pronto intervento del Corpo dei Marines Usa per il continente africano, schierata tra la base spagnola di Moròn e Sigonella.

Il testo ufficiale approvato a Bruxelles stabilisce che la nuova forza navale dovrà procedere con l’identificazione e il monitoraggio dei network dei trafficanti attraverso la raccolta delle informazioni e la sorveglianza delle acque internazionali. “Fondamentale in questi casi sarà il ruolo dell’intelligence per quella che sarà l’attività d’intercettazione e rimozione dei barconi”, scrive Maria Grazia Labellarte sul sito specializzato difesaonline.it. “Le informazioni dovranno essere condivise necessariamente dai vari servizi che hanno già una rete ben consolidata ed ampia nell’area libica. È sulla base di queste informazioni - incrociate con le immagini aeree della situazione sul terreno provenienti dai velivoli senza pilota Predator, dai caccia Tornado e da altri aerei da ricognizione - verrebbero pianificati ed eseguiti i previsti blitz delle forze speciali finalizzati a distruggere le imbarcazioni nei porti”.

Aldilà dei proclami buonisti-umanitari, l’Unione europea si prepara a scatenare e gestire in prima persona vere e proprie operazioni di guerra nel Mediterraneo centrale e in nord Africa. Alle unità di EuNavFor Med sarà assegnato infatti a medio termine il compito di intercettare e abbordare le imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo già in acque libiche e, finanche, di bombardarle in rada. Secondo Il Giornale, Bruxelles prevede anche “un impiego costante di forze speciali e convenzionali sia sulle coste libiche, sia nei porti di Tunisia ed Egitto”, tra cui distaccamenti di incursori italiani del Comsubin e di marò della Brigata “San Marco”, unità d’élite che già operano a bordo della squadra navale schierata dal governo italiano, ai primi di marzo, di fronte alle coste della Libia. “Spetterà a queste unità italiane e ai Marines inglesi penetrare insenature e porti utilizzati dai trafficanti di uomini per far saltare o prelevare le loro imbarcazioni”, aggiunge il quotidiano. “Squadre specializzate verranno utilizzate anche nella fase d’intelligence perché i droni, gli aerei senza pilota, non sono in grado - nonostante le sofisticate apparecchiature elettroniche - di garantire un’osservazione sufficientemente discriminante degli obbiettivi”.

L’ordine è bombardare barchini e gommoni…

Il mese scorso WikiLeaks ha reso noti due documenti riservati elaborati dall’European External Action Service (EEAS) e dal Single Intelligence Analysis Capacity  (SIAC), approvati dal Comitato Militare (EUMC) e dal Comitato Politico e di Sicurezza (CPS) dell’Unione europea, che confutano le pericolose derive belliciste della nuova missione anti-migranti in Libia. Nel primo documento, i servizi d’intelligence militare Ue auspicano un’operazione contro le reti e le infrastrutture di trasporto rifugiati nel Mediterraneo, con la distruzione delle barche ormeggiate e lo schieramento della forza militare in Libia per fermare i flussi migratori. Il secondo documento rivelato da WikiLeaks, dal titolo Raccomandazioni relative al progetto di Concetto di Gestione della Crisi per una possibile operazione PSDC per smantellare le reti di trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo centrale e meridionale, aggiunge che la missione militare di “identificazione, cattura e distruzione delle imbarcazioni” avrà una durata non inferiore ad un anno e che sarà ricercata un’“effettiva cooperazione”, specie nel campo dello scambio d’informazioni e intelligence, con gli attori militari, le entità e le autorità che operano nell’area (Onu, Nato, Unione Africana, Lega Araba, “stati terzi come Egitto, Tunisia e se possibile il governo legittimo libico”, le agenzie e le missioni militari Ue nel continente africano). Lo scorso 19 giugno, l’Unione europea ha approvato un piano che struttura l’intervento militare in tre fasi distinte. La prima riguarderà la raccolta di dati d’intelligence sui traffici e il pattugliamento in mare aperto, a cui seguirà una seconda fase con l’intervento diretto dei reparti militari d’élite Ue a bordo delle imbarcazioni che trasportano migranti “per disabilitarle e arrestare i trafficanti”. La terza fase prevede che queste operazioni vengano estese in acque territoriali libiche e “possibilmente all’interno del paese stesso”.

Da Bruxelles, il Segretario generale della Nato, gen. Jens Stoltenberg, ha fatto sapere a metà maggio che l’Alleanza è pronta a intervenire nelle operazioni di guerra contro gli scafisti nordafricani, con la giustificazione che “sui barconi dei migranti potrebbero imbarcarsi anche terroristi o miliziani ISIS”. Nel settembre 2014, quando l’Ue discuteva sulla possibilità di dar vita a un’operazione aeronavale in sostituzione di Mare Nostrum, in un’intervista a Il Messaggero, la ministra della difesa Roberta Pinotti aveva riferito di una richiesta italiana alla Nato perché collaborasse nel pattugliamento del Mediterraneo accanto alle unità da guerra Ue. “Frontex non basta e deve trasformarsi nei compiti e nelle risorse, mentre si potrebbe ad esempio ampliare la partecipazione Nato nella missione navale anti-terrorismo Active Endeavour”, spiegava la ministra. Varata dopo l’attentato alle Torre Gemelli di New York dell’11 settembre 2001, Active Endeavour ha il compito di monitorare il traffico delle imbarcazioni che fanno ingresso nello Stretto di Gibilterra e intervenire contro potenziali minacce terroristiche nell’area mediterranea. I radar e i satelliti impiegati hanno la capacità di tracciare sino a 10.000 imbarcazioni al giorno. All’operazione la Nato assegna a rotazione ogni tre mesi la Standing Naval Force Mediterranean e la Standing Naval Force Atlantic, mentre alcuni paesi del fianco Sud dell’Alleanza come Grecia, Italia, Spagna e Turchia contribuiscono stabilmente con unità da guerra e pattugliatori aerei. Dal 2004 Active Endeavour è stata allargata anche alle nazioni che aderiscono al Mediterranean Dialogue e alla Partnership for Peace. In realtà è perlomeno dal 2010 che il comando navale Nato di stanza in Campania (Aftsouth Napoli) condivide alcune delle informazioni raccolte da Active Endeavour con l’agenzia Frontex e con l’Ufficio di polizia europeo Europol. Ed è perlomeno dal 2005-2006 che le unità Nato forniscono assistenza e intelligence alle diverse agenzie nazionali anti-migranti dei Paesi partner del Mediterraneo.

In Sicilia la filiale Frontex per le prossime guerre mediterranee 

L’Ue ha pure deciso d’istituire in Sicilia una centrale mediterranea di Frontex. “La base regionale avrà sede a Catania, costituirà un progetto pilota che potrà essere replicato anche in altri Stati membri e riguarderà i cosiddetti hotspot, i centri proposti dalla Commissione dell’Unione europea nella sua Agenda per l’immigrazione dove concentrare gli sbarchi dei migranti e sottoporre questi ultimi a un primo screening”, ha dichiarato il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri. “L’idea è di mettere a punto un sistema in cui il porto di sbarco è vicino al centro di prima accoglienza, dove i migranti saranno intervistati ed ospitati per un breve periodo prima di essere trasferiti”. Secondo le primi indiscrezioni sarebbero già cinque gli hotspot individuati in Sicilia (Augusta, Catania, Lampedusa, Porto Empedocle e Pozzallo), mentre ai team di Frontex sarebbe affidato il coordinamento delle attività di Triton dal centro di Catania in “stretto contatto” con le autorità civili e militari italiane e i funzionari di Europol, dell’Unità di cooperazione giuridica Eurojust e dell’Agenzia europea per l’asilo Easo. Sarà così ulteriormente potenziamento il ruolo repressivo di Frontex e verrà accelerata la riconversione di agenzie “umanitarie” (come Easo) in organismi prettamente sicuritari e di polizia, a cui affidare attività di schedatura, fotosegnalamento, prelievo coatto delle impronte digitali, ecc.. Come spiegato in un’intervista a Meridionews.it dal prof. Fulvio Vassallo Paleologo, uno dei massimi esperti italiani in tema di diritto d’asilo e politiche migratorie, “a Catania arriveranno funzionari di diverse forze di polizia europee che parteciperanno alle operazioni d’identificazione, l’interesse vero che ha spinto l’Europa a creare un avamposto Frontex in Sicilia”. Si profila all’orizzonte un ampliamento delle azioni di confinamento forzato dei potenziali richiedenti asilo e di tutti i migranti in genere. “A questo scopo – aggiunge il docente siciliano -  potrebbero sorgere in diverse regioni italiane veri e propri hub per l’identificazione e la detenzione amministrativa di migranti e richiedenti asilo: due in Sicilia, gli altri in Calabria, Puglia, Lazio e Campania”.

Come e dove esternalizzare le detenzioni di migranti e richiedenti asilo

È in discussione a Bruxelles e alle Nazioni Unite la proposta caldeggiata dal governo italiano di creare in nord Africa (in particolare nei Paesi a confine con la Libia, come Tunisia ed Egitto) i cosiddetti safe harbour, cioè dei centri di raccolta per migranti per lo screening dei potenziali aventi diritto all’asilo nell’Unione europea, previa approvazione di un piano per una loro equa distribuzione tra i 28 Stati membri, congiuntamente a blocchi navali delle coste libiche, respingimenti assistiti e trasferimenti manu militari di migranti in Africa settentrionale. Il 12 marzo, nel corso di una riunione ristretta a Bruxelles con i ministri dell’Interno di Francia, Germania, Spagna e il commissario Ue all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, il ministro Angelino Alfano ha presentato una proposta confidenziale per provare a coinvolgere direttamente i “paesi terzi affidabili” nel trasferimento dei migranti verso i centri da allestire in nord Africa. Secondo l’agenzia di stampa Askanews, tra i “meccanismi di cooperazione operativa”, Alfano ha suggerito in particolare che nel caso in cui le unità da guerra tunisine intercettino imbarcazioni con migranti “clandestini”, esse facciano rientro in Tunisia per sbarcarvi le persone fermate in mare; giunti a terra, “i rappresentanti degli Stati membri dell’Ue e delle due agenzie Onu dei rifugiati (Unhcr) e dei migranti (Iom) assisterebbero le autorità tunisine fornendo la loro expertise nel campo della gestione dei flussi migratori, delle procedure internazionali di protezione, dell’assistenza alle persone vulnerabili e del ritorno dei migranti irregolari ai loro paesi d’origine”. Sempre secondo il paper del ministro Alfano, “gli interventi dovrebbero essere adeguatamente sostenuti dall’Ue, attraverso finanziamenti e fornitura di assistenza tecnica, con l’obiettivo, di costituire a termine una efficiente guardia costiera”. In seguito, il supporto Ue al piano di esternalizzazione delle procedure di accoglienza e identificazione degli aspiranti richiedenti asilo potrebbe essere esteso anche ad Egitto, Marocco, Niger e Sudan.

“Tunisia ed Egitto sarebbero, inoltre, i due paesi terzi con cui l’Europa prevede di firmare accordi bilaterali per impegnarsi ad effettuare attività di Search and Rescue e di sorveglianza marittima nello spazio del Mediterraneo”, scrive Debora Del Pistoia di Osservatorio Iraq. “In questo caso, le imbarcazioni di migranti provenienti dalla Libia dovrebbero essere intercettate dalla Guardia Nazionale tunisina, corpo militare specializzato nel garantire la sicurezza nelle zone rurali e non urbane (…) In Tunisia questo processo di cooperazione bilaterale viene da lontano, dalla firma del partenariato privilegiato con l’Unione europea siglato il 19 novembre 2012, ma soprattutto con il Mobility Partership, sancito il 3 marzo 2014 e focalizzato sulla gestione comune e sulla co-responsabilità dei flussi migratori, oltre al sostegno da parte europea nella creazione di un sistema di protezione dei rifugiati e richiedenti asilo sul territorio magrebino”.

Italia-Libia, una diabolica alleanza

Paradossalmente proprio l’Italia ha commesso gli errori maggiori in nord Africa in materia di “contenimento” dei flussi migratori, puntando a partnership fallimentari e perfino funeste con settori politici e militari mostratisi inaffidabili, incapaci e talvolta complici delle reti di trafficanti di essere umani. La Libia post-Gheddafi è sicuramente l’esempio più emblematico. A partire del gennaio 2014, le forze armate italiane hanno addestrato nelle strutture militari di Cassino e Persano centinaia di ufficiali libici principalmente in attività di vigilanza e contrasto dei flussi migratori (Operazione Coorte). Il programma è parte delle iniziative di “ricostruzione” delle forze di sicurezza libiche, decise in occasione del vertice G8 tenutosi a Lough Erne (Irlanda del Nord), nel giugno 2013. Nello specifico, Italia e Gran Bretagna si erano impegnate ad addestrare, ognuna, annualmente, 2.000 militari libici, la Turchia 3.000, gli Stati Uniti 6.000, mentre la Francia avrebbe dovuto curare la formazione della polizia. “Una volta tornati in Libia, i militari del nuovo esercito libico saranno in grado di svolgere le funzioni fondamentali del combattimento, della sicurezza e del controllo e della sorveglianza delle frontiere”, aveva enfaticamente dichiarato l’allora Capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Claudio Graziano (oggi Capo di Stato della difesa). Una parte delle attività addestrative sono state realizzate anche in Libia da un team militare integrato nella Missione Italiana in Libia (MIL) avviata il 1° ottobre 2013, mentre una training mission della 2^ Brigata Mobile dell’Arma dei Carabinieri ha addestrato i “battaglioni di ordine pubblico” libici e della neo costituita Border Guard a cui è affidata la vigilanza dei confini nazionali. Alcuni cicli formativi sono stati svolti anche presso la Scuola del Genio e del Comando logistico dell’esercito di Velletri (Rm) e al Coespu (Centre of excellence for stability police units) di Vicenza, la scuola di formazione delle forze di polizia dei paesi africani e asiatici, di proprietà dei Carabinieri ma utilizzata pure da Africom, il comando militare Usa per le operazioni in Africa. Secondo il ministero della Difesa, alla data del 30 giugno 2014 le nostre forze armate avevano già addestrato 1.345 militari in Libia e 185 in Italia.

I programmi addestrativi sono frutto dell’Accordo di cooperazione bilaterale Italia-Libia nel settore della Difesa, firmato a Roma il 28 maggio 2012. Il 3 aprile dello stesso anno i ministri dell’Interno italiano, Annamaria Cancellieri, e libico, Fawzi Altaher Abdulati, avevano sottoscritto un accordo contro l’immigrazione clandestina che riconfermava in buona parte le intese siglate da Italia e Libia al tempo di Gheddafi, comprese quelle sui famigerati respingimenti in mare, stigmatizzati dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Con il “nuovo” accordo, le autorità italiane s’impegnavano a formare la polizia libica su “tecniche di controllo della polizia di frontiera (confini terrestri e aeroporti); individuazione del falso documentale e conduzione delle motovedette, ecc.”. Si stabiliva inoltre la realizzazione di un centro sanitario a Kufra, l’ultima oasi a sud della Libia, per “garantire i servizi di primo soccorso a favore dell’immigrazione illegale”, nonché di “coinvolgere con urgenza la Commissione Europea per ripristinare i centri di accoglienza presenti in Libia”.

I droni frontiera tecnologica delle politiche sicuritarie

Il 6 febbraio 2013, in occasione della visita a Tripoli dell’allora ministro della Difesa, ammiraglio Gianpaolo Di Paola, fu raggiunto un ulteriore accordo di cooperazione con la Libia “nelle attività di controllo dell’immigrazione clandestina e di supporto nazionale alla ricostruzione della componente navale, sorveglianza e controllo integrato delle frontiere”. In quest’ambito, l’ottobre successivo, Tripoli rinnovò l’intesa con le autorità italiane e l’industria Selex ES (Finmeccanica) per procedere all’installazione di un sistema di sorveglianza radar e monitoraggio elettronico delle coste libiche e delle frontiere con Niger, Ciad e Sudan, dal costo di 300 milioni di euro. Il contratto era stato firmato il 7 ottobre 2009 all’epoca del regime di Muammar Gheddafi, ma fu interrotto nel 2011 con il completamento di solo una tranche di 150 milioni. Selex ES, con la collaborazione di GEM Elettronica, avrebbe dovuto installare una rete radar Land Scout “in grado di individuare anche i movimenti di gruppi di persone appiedate”, e formare gli operatori libici. Secondo il sito Analisi Difesa, i libici si sarebbero dovuti dotare pure di un non meglio precisato sistema di “monitoraggio aereo delle frontiere”, acquistando i droni di sorveglianza “Falco”, prodotti sempre dall’italiana Selex.

Con un nuovo accordo tecnico di cooperazione sottoscritto a Roma il 28 novembre 2013 dai ministri della Difesa Mario Mauro e Abdullah Al-Thinni, fu autorizzato l’impiego di mezzi aerei italiani a pilotaggio remoto a supporto delle attività di controllo delle autorità libiche del confine sud del Paese (i Predator del 32° Stormo dell’Aeronautica militare di Amendola, Foggia, rischierati a Sigonella e Trapani-Birgi nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum). Grazie ai Predator, gli automezzi dei migranti potevano essere intercettati quando attraversavano il Sahara, consentendo ai militari libici d’intervenire tempestivamente per detenerli o deportarli prima che essi raggiungessero le città costiere. Mare Nostrum, indubbiamente, è stato anche un importante laboratorio sperimentale per l’uso di droni in funzione anti-migranti. Oltre ai Predator dell’Aeronautica, la Marina militare ha potuto contare sull’aeromobile a pilotaggio remoto Camcopter S-100, di produzione dell’azienda austriaca Schiebel, imbarcato dall’agosto 2014 sulla nave anfibia “San Giusto”. Il 16 gennaio 2015 le agenzie di stampa hanno dato notizia che proprio un Camcopter era precipitato in territorio libico, abbattuto presumibilmente dall’esercito regolare nei pressi della base aerea di al-Watya. Nel 2009 le autorità austriache avevano venduto alla Libia quattro velivoli S-100 Camcopters per essere impiegati ai confini meridionali del paese.

Come dichiarato dal ministero della Difesa italiano a conclusione del vertice bilaterale del 28 novembre 2013, “nell’ottica di uno sviluppo delle capacità nella sorveglianza e nella sicurezza marittima, è emersa anche la possibilità di imbarcare ufficiali libici a bordo delle unità navali italiane impegnate nell’Operazione Mare Nostrum”. L’allora governo Letta aveva pensato cioè di consentire ai militari libici di partecipare sulle imbarcazioni da guerra italiane alle illegittime identificazioni e agli ancor più illegittimi interrogatori di tutti coloro che venivano “salvati” nel Canale di Sicilia. Anche a tale scopo, il memorandum prevedeva corsi addestrativi per i fanti di Marina libici, presso la scuola della Brigata Marina “San Marco” di Brindisi e nelle accademie militari italiane.

Il terrorista-trafficante, Frankenstein mediatico

Accordi di cooperazione militare, interventi congiunti anti-migrazione, consegna di sistemi d’arma aerei, terrestri e navali sono proseguiti ininterrottamente sino ai mesi scorsi, nonostante i ripetuti allarmi sull’escalation delle fazioni islamico-radicali e filo-ISIS in territorio libico (i servizi segreti internazionali ne parlavano perlomeno dalla fine del 2013) e sui presunti legami di esse con alcune delle organizzazioni criminali nordafricane dedite al traffico di esseri umani. Nel novembre 2013, proprio mentre prendeva il via Mare Nostrum, un rapporto presentato dalla Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), presieduta dall’ex generale Nato Leonardo Tricarico, riportava che “in una vastissima area del mediterraneo meridionale si sta realizzando una saldatura non solo ideologica ma permeata anche da interessi economico-criminali tra le diverse formazioni jihadiste, con la creazione di veri e propri santuari del terrorismo”. Il 20 gennaio 2014, l’agenzia statunitense Defense News riferì invece che nel corso di un incontro a Washington con il Segretario della difesa Usa Chuck Hagel, l’allora ministro Mario Mauro aveva posto l’accento su una “potenziale” partnership tra i gruppi criminali operanti in Libia e il terrorismo islamico. “Essi ottengono enormi guadagni trasportando imbarcazioni di migranti attraverso il Mediterraneo”, affermò Mauro. “Non è escluso che essi siano legati ai gruppi terroristici che operano in Siria e Somalia e che le imbarcazioni possano essere utilizzate per trasportare terroristi in Europa. Anche il tema dei rifugiati nel Mediterraneo sarà approfondito al prossimo Comitato militare Nato che si terrà a Bruxelles”. Si sarebbe però dovuto attendere il neoministro degli Esteri Paolo Gentiloni, a fine novembre 2014, per dare il via al bombardamento mediatico che ha consentito in questi ultimi mesi di legittimare agli occhi dell’opinione pubblica italiana ed europea l’urgenza di un intervento militare internazionale contro il binomio terrorismo-traffici di migranti.

Negli ultimi anni l’Italia ha pure stretto rapporti strettissimi con la Tunisia sia nel quadro della lotta contro il terrorismo che in quello del contrasto alle migrazioni nel Canale di Sicilia. Quella tra Italia e Tunisia è una cooperazione importante e di vecchia data, soprattutto per quel che riguarda il corpo della Marina militare”, ha dichiarato ad Aki-Adnkronos International il ministro della Difesa tunisino Ferhat Horchani, in occasione della sua visita ufficiale a Roma, il 20 e 21 aprile scorso. “L’Italia fa sempre affidamento sulla Tunisia per proteggere lo spazio marittimo tra Tunisia ed Europa dall’infiltrazione di clandestini e ci aiuterà anche nello scambio di informazioni, nell’addestramento e nella formazione di militari tunisini per la protezione dei nostri confini marittimi”. Ancora più esplicito l’ambasciatore della Tunisia in Italia, Naceur Mestiri, che lo scorso 14 giugno ha dichiarato a Rivista Geopolitica che nel 2014 “il modello di cooperazione nell’ambito dell’immigrazione tra Tunisia e Italia ha comportato che dei 1.297 tunisini sbarcati sulle coste siciliane, alla fine dell’anno ne sono stati ripresi 1.290, mentre 7 sono rimasti in Italia perché minorenni”.

La Tunisia e i vecchi e nuovi campi di detenzione per rifugiati

Nel quadro della cooperazione contro i flussi migratori indesiderati, nel dicembre 2014 si è tenuta nelle acque della Sicilia orientale l’esercitazione italo-tunisina “Oasis”, con la direzione del Comando delle forze da pattugliamento di Augusta, che ha consentito alle unità tunisine e italiane di addestrarsi nella ricerca e soccorso marittimo, nella sorveglianza e controllo del traffico mercantile e nel “contrasto alle attività illecite”. Lo scorso mese di febbraio, il governo italiano ha invece concluso la consegna di sei motovedette e sei pattugliatori alle forze armate della Tunisia, per un valore complessivo di 16,5 milioni di euro, nel quadro di un accordo intergovernativo sottoscritto dai due Paesi nell’aprile 2011. Secondo l’accordo, le unità (equipaggiate da Tunisi con cannoni da 20-30 mm) saranno impiegate per controllare le acque territoriali tunisine e “contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina”. Nell’aprile 2013, l’Italia aveva consegnato alla Guardia di frontiera tunisina anche alcuni fuoristrada.

Intanto sono sempre più numerosi e dettagliati i report sulle violazioni commesse dalle autorità tunisine a danno di migranti e richiedenti asilo e sulle gravissime condizioni in cui versano “campi d’accoglienza” e centri di detenzione per gli immigrati illegali. “Mentre l’Unione europea sta progettando di rafforzare le proprie pre-frontiere, umanitarie e non, esternalizzando politiche di controllo, campi di detenzione e meccanismi di protezione, alcuni dei rifugiati diniegati di Choucha, a pochi chilometri dal posto di frontiera di Ras Jedir, sono ancora al campo (chiuso ufficialmente da Unchr nel giugno 2013), e chiedono all’Europa da quattro anni di essere reinstallati in un luogo sicuro”, scrivono le ricercatrici Glenda Garelli, Federica Sossi e Martina Tazzioli nel dossier Rifugiati in Tunisia: tra detenzione e deportazione” (aprile 2015). Ancora più grave quanto accade nel “campo di ricezione e orientamento per migranti” di Al Wardia, situato in un quartiere di Tunisi, dove sono detenuti ogni mese centinaia di persone, senza alcun sostegno legale. “I prigionieri con cui siamo riuscite a entrare in contatto telefonico ci hanno descritto una situazione molto critica, dovuta all’assenza di possibili contatti con il mondo esterno, al sovraffollamento delle celle, alla pressione da parte dei poliziotti e ai ricatti subiti per ogni domanda, alla carenza di vere cure mediche, alla situazione di scarsa igiene e allo scarso cibo distribuito”, aggiungono le ricercatrici. “Ma il fatto più preoccupante è l’assenza di ogni forma di assistenza giuridica, di modo che tutto ciò che avviene durante la detenzione e dopo è sul piano dell’illegalità”. Un vero e proprio lager-laboratorio, quello di Al Wardia, che certamente farà da modello per i safe harbour che l’Unione europea si appresta ad allestire nell’Africa settentrionale e sub-sahariana.
Intervento al convegno Guerre e Pace nel Mediterraneo, organizzato da Un Ponte per…, Napoli 26 e 27 giugno 2015.