I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

domenica 14 dicembre 2014

Il Comune di Falcone insiste: il giornalista Mazzeo va processato!


Il Giudice delle indagini preliminari del Tribunale ordinario di Patti (Messina) ha fissato l’udienza in Camera di Consiglio, il prossimo 22 gennaio 2015, al fine di decidere sulla richiesta di archiviazione depositata dal Pubblico ministero il 7 febbraio 2013 nei confronti del giornalista Antonio Mazzeo, querelato dal Comune di Falcone per un’inchiesta pubblicata sul periodico I Siciliani giovani (n. 7 luglio-agosto 2012), dal titolo “Falcone comune di mafia fra Tindari e Barcellona Pozzo di Gotto”. Contro la richiesta d’archiviazione, la legale nominata dal Comune di Falcone, avv. Rosa Elena Alizzi del foro di Barcellona PG, ha presentato opposizione il 29 dicembre 2012.

L’inchiesta giornalistica si era soffermata su una serie di vicende che avevano interessato la vita politica, sociale, economica ed amministrativa della piccola cittadina della costa tirrenica del messinese (speculazioni immobiliari dalle devastanti conseguenze ambientali e paesaggistiche; lavori di somma urgenza  post alluvione del 2008 con ulteriori colate di cemento sul fragilissimo territorio; ecc.); alcuni passaggi erano stati dedicati inoltre alle origini e alla dinamica evolutiva delle organizzazioni criminali presenti nel territorio, organicamente legate alle potenti cosche mafiose di Barcellona Pozzo di Gotto.

Il 24 agosto 2012, appena una settimana dopo la pubblicazione dell’inchiesta, la Giunta comunale di Falcone si riuniva e, presenti il Sindaco avv. Santi Cirella e gli assessori Pietro Bottiglieri, Giuseppe Battaglia e Giuseppe Sofia, deliberava all’unanimità – onde tutelare l’immagine e la rispettabilità del paese – di conferire l’incarico all’avv. Alizzi per sporgere querela nei confronti del giornalista.

Nella delibera di Giunta si riportavano le seguenti dichiarazioni: “Premesso che di recente, in piena stagione turistica, è stato pubblicato un articolo che ha destato perplessità e sconcerto nella collettività per notizie denigratorie che tenderebbero a far apparire il Nostro Paese, da sempre, teatro di delitti di mafia e luogo di interessi di criminalità organizzata, gettando persino un’ombra su condizionamenti relativi all’esito delle ultime elezioni amministrative; Ritenuto che il tenore dell’intero articolo è palesemente diffamatorio e lesivo dell’immagine del Nostro Comune e della reputazione di tutti i suoi abitanti, contenendo, pure, affermazioni false e non veritiere, manipolazioni della realtà, alterazioni di fatti e circostanze, evidenti, volute, omissioni, ricostruzioni parziali e quant’altro idoneo a screditare il buon nome del Paese e dei suoi attuali amministratori; Ritenuto che la risonanza mediatica dell’articolo e il periodo di pubblicazione ha comportato e comporta anche pesanti ricadute sull’economia locale, incentrata per lo più sulle attività turistiche e ricettive, gravemente penalizzate dalla rappresentazione negativa data al Paese; Ravvisata, pertanto, la necessità di tutelare, in ogni sede, prima fra tutte quella penale, e con ogni iniziativa utile, l’immagine e la rispettabilità della Comunità Falconese, oltraggiata, offesa e deturpata dall’infamante articolo, al fine di ribadire, con forza, che il territorio e la sua precedente e attuale amministrazione sono estranei ad ogni forma di compromissione con la criminalità organizzata e non subiscono condizionamento alcuno, da chicchessia, a qualsivoglia titolo”; da qui la querela.

Senza entrare in merito sulle pesanti affermazioni dell’Amministrazione comunale, evidentemente ritenute prive di alcun fondamento se il PM del Tribunale di Patti ha ritenuto di proporre l’archiviazione del procedimento, è opportuno ricordare che in questi due anni – ovviamente esclusi Sindaco, componenti della Giunta e qualche consigliere comunale della maggioranza – nessun cittadino del Comune di Falcone ha ritenuto doverci esprimere rimostranze, critiche, dissapori, ecc. per quanto affermato e descritto nell’inchiesta giornalistica “querelata”; di contro sono stati in tanti a Falcone (o cittadini originari di Falcone ma residenti in altri Comuni d’Italia) ad esprimere sconcerto per l’operato della Giunta e solidarietà piena e incondizionata nei nostri confronti. Centinaia sono stati altresì gli attestati di solidarietà espressi da tutta Italia da semplici cittadini, giornalisti, amministratori, politici, parlamentari, ecc.

Dall’agosto 2012 ad oggi, i “sospetti” su possibili infiltrazioni criminali nella vita economica e sociale della piccola cittadina sono stati al centro di incontri pubblici e dibattiti; sono state presentate due interrogazioni parlamentari (la prima il 12 novembre 2012 da parte dell’on. Antonio Di Pietro, Idv e la seconda il 24 ottobre 2013 dal sen. Domenico Scilipoti, Forza Italia); l’ex europarlamentare on. Rita Borsellino (Pd) ha chiesto formalmente alla Prefettura di Messina di verificare l’esistenza di possibili condizionamenti sulla vita politica-amministrativa del Comune; il deputato del M5S, on. Francesco D’Uva ha posto il tema delle infiltrazioni criminali a Falcone all’attenzione della Commissione Parlamentare Antimafia che recentemente è stata in visita ispettiva nella provincia di Messina.

Altre due nostre inchieste giornalistiche sono state dedicate alla cittadina tirrenica. La prima dal titolo “Falcone. Fiumi di denaro e guai giudiziari”, pubblicata sul periodico Casablanca (n. 35, maggio-giugno 2014); la seconda, “A Falcone è di scena il miracolo della munnizza”, pubblicata su Antonio Mazzeo Blog il 18 ottobre 2014. Entrambe delineano il quadro a tinte fosche sulla gestione della cosa pubblica nel Comune di Falcone e forniscono ulteriori elementi sull’infiltrazione criminale nell’economia locale. Dispiace tanto che invece d’interrogarsi seriamente sulla gravità di quanto accaduto in questi anni nel territorio (a partire dagli interventi autorizzati dopo l’alluvione del 2008, alcuni dei quali finiti in mano ad aziende tutt’altro che estranee ad appetiti mafiosi), l’Amministrazione comunale di Falcone si sia intestardita a farla pagare” penalmente a chi esercita, senza alcun condizionamento di sorta, il proprio diritto-dovere di cronaca e di denuncia. Peccato poi che questo venga fatto a spese dei contribuenti di Falcone, che in caso di rinvio a giudizio del giornalista “reo”, oltre alle spese legali già sborsate per sporgere querela, dovranno farsi carico di quelle che ne deriveranno dal procedimento, che ovviamente sarà lungo e oneroso.

Ne prendiamo atto, consapevoli che sino a quando il sistema giudiziario italiano consentirà di poter querelare un giornalista quando e come si vuole - troppo spesso solo a scopo intimidatorio - trasferendo sullo Stato i costi e le spese di procedimenti che intasando la macchina della giustizia, nel 99,9% dei casi finiscono con proscioglimenti, assoluzioni o prescrizioni, la libertà d’espressione sarà solo una mera enunciazione in un Paese dai diritti sempre più oltraggiati e negati. Al prossimo 22 gennaio, dunque.

Per consultare gli articoli su Falcone:



sabato 13 dicembre 2014

Mare Nostrum, Triton e la militarizzazione del Mediterraneo


L'operazione Triton era nata come missione di sostegno e accompagnamento a Mare Nostrum, su esplicita richiesta dell'Italia, come ha precisato Cecilia Malmstrom in un documento ufficiale della Commissione Europea. Il governo italiano, invece, ha deciso di venire meno all'impegno assunto con Mare Nostrum relativo al soccorso in mare dei migranti da parte delle forze navali italiane, per lasciare spazio al solo Triton, che è invece una missione di 'controllo della frontiera' e che espressamente rimanda ai singoli stati membri della UE il compito di proteggere le persone in mare.

 

Voices of Lampedusa, curata dalla giornalista e fotoreporter Alessia Capasso, pubblica una serie d’interviste con alcuni esperti che hanno studiato in profondità gli effetti delle politiche europee sulla vita di una piccola isola del Mediterraneo.

Iniziamo con un’intervista con Antonio Mazzeo,  un peace-researcher e giornalista italiano che ha pubblicato numerosi saggi sui conflitti nell’area mediterranea e sulal violazione dei diritti umani. Ha ricevuto il "Premio G. Bassani - Italia Nostra 2010", premio per il giornalismo e ha iniziato a lavorare come esperto sui processi di militarizzazione con il Collettivo Askavusa di Lampedusa (Lampedusa Askavusa Collective), che è impegnato in diverse lotte nell’area. L’installazione di un nuovo radar militare nell’isola un paio di mesi fa, giustificato con la necessità di monitorare le rotte dei migranti, ha generato numerose proteste tra i cittadini. A partire da Triton, la nuova operazione di Frontex,abbiamo toccato una serie di questioni in modo da avere un quadro più chiaro della relazione tra le politiche migratorie dell’Unione europea e il processo di militarizzazione nel Mediterraneo.

 

La fine di Mare Nostrum ha già suscitato del rimpianto da parte di molte organizzazioni umanitarie, Ong e associazioni. Crede che il soccorso effettuato esclusivamente da forze militari fosse il più corretto da offrire alle persone salvate in mare?

 

Continuo a con comprendere e ovviamente a condividere i “rimpianti” e gli elogi di Mare Nostrum espressi da Ong, associazioni per i diritti umani, operatori sociali, ecc. Aldilà delle mistificazioni e della propaganda del Governo e delle forze armate, dove le mere individuazioni e le scorte delle imbarcazioni e i migranti e richiedenti asilo nel Mediterraneo si sono trasformate in “salvataggi di decine di migliaia di vite umane”, mentre si è continuato ad occultarne i costi finanziari insostenibili e quelli che erano gli scopi originari con cui l’operazione fu pensata. Non va assolutamente dimenticato, infatti, come varando l’imponete dispositivo aereonavale in quello che doveva tornare ad essere il “mare nostrum”, il governo puntava a impedire il più possibile le partenze dalle coste africane, a proiettare il più possibile a Sud la frontiera nazionale (si veda l’uso dei droni italiani sino ai confini tra la Libia, il Ciad e il Sudan), a legittimare il ruolo delle FFAA in funzioni di ordine pubblico e contenimento della “minaccia immigrazione”, a ottenere contributi finanziari dalla Unione europea come compensazione dello sforzo militare, a offrire nuove opportunità di investimento al complesso militare-industriale-finanziario, ecc.). Alla fine buona parte di questi obiettivi sono falliti, con l’ulteriore beffa che non potendo di certo sparare contro le imbarcazioni dei migranti, consegnare questi ultimi ai militari nordafricani o tanto meno tentare pericolosissime manovre di contenimento dei flussi, le grandi unità da guerra delle Marina si sono trasformate in unità di “salvataggio” e trasporto in Sicilia di coloro che si speravano di respingere o dissuadere a partire. Da qui, l’esigenza del Governo di trovare una via d’uscita la più possibile onorevole. Ed ecco il pressing su Bruxelles e Frontex e ora l’ibrido di Triton…  

 

Alcuni ritengono che Mare Nostrum fosse il tassello di un progetto più ampio, già destinato a sfociare in Triton, e nato sotto sembianze 'umanitarie' per soddisfare i malumori dell'opinione pubblica italiana ed europea a seguito della tragedia del 3 ottobre. Qual è il suo punto di vista?

 

Sì originariamente c’era anche l’intenzione di rafforzare il controllo militare internazionale nel Mediterraneo, sotto la bandiera Nato e/o Ue, in una logica di nuova guerra alle migrazione e ai migranti. Come dicevo prima, però, l’Italia dopo aver provato a fare la prima della classe si è trovata sostanzialmente sola, immagino perché le forze armate e i governi dei paesi europei partner hanno capito da subito che un’operazione simile sarebbe fallita nei suoi obiettivi oppure avrebbe prodotto l’effetto boomerang di rendere meno complicati e rischiosi gli spostamenti di migranti nel Mediterraneo. Triton non è altro che una mediazione al ribasso ottenuta a Bruxelles da Renzi, Alfano e Pinotti per ridimensionare le spese e gli “impegni” delle FF.AA. sul fronte “lotta alla migrazione”. Date le diffidenze e le divisioni esistenti in ambito europeo su Triton, la diserzione di paesi importanti dalla nuova missione (vedi Gran Bretagna, ad esempio), l’indeterminatezza degli scopi reali, delle regole “d’ingaggio” e dei centri di comandi e coordinamento, dei suoi costi e della ridistribuzione delle spese e delle funzioni in ambito internazionale, ecc. è possibile presagire tempesta all’orizzonte.

 

In base alla sua esperienza sui temi della militarizzazione, ritiene che Triton contribuisca al processo di militarizzazione del Mediterraneo? In che modo?

 

Triton è un’operazione militare, gestita in ambito militare e da attori militari. Essa necessita di contributi militari e nuove tecnologie di guerra (navi e aerei, pattugliatori, sistemi aeronavali, velivoli senza pilota, sistemi radar e satellitari, ecc.). Ne consegue che l’operazione non potrà che rafforzare i processi di militarizzazione di questa importantissima area geostrategica, dove le nuove guerre alle migrazioni si sommano ai tantissimi conflitti esistenti da decenni e alle strategie di dominio neocoloniale dell’Occidente.

 

Quale ruolo giocano Lampedusa e la Sicilia in generale nello scacchiere internazionale?

 

Lampedusa è stata per decenni uno dei più importanti “occhi” Usa e Nato puntati sul Nord Africa, una “punta avanzata” aggressivamente proiettata contro la Libia di Gheddafi, ecc. La piccola isola ha ospitato un’importante stazione di telecomunicazione (la Loran C) di proprietà e uso esclusivo della Guardia coste Usa, molto probabilmente utilizzata anche per funzioni d’intelligence e spionaggio internazionale dall’Agenzia supersegreta NSA. I vecchi e nuovi conflitti nel Mediterraneo, e la stessa Triton che rilancia il ruolo di Lampedusa come “primo porto” di sbarco e “lager-prigione” per migranti e richiedenti asilo, stanno già comportando un rafforzamento nell’isola del dispositivo militare nazionale, l’arrivo di nuovi “operatori” dell’agenzia Frontex, l’installazione di sempre più sofisticati radar e centri di telecomunicazione, alcune delle quali finanziati e integrati in ambito Nato.

 

Lei si è occupato molto dei radar utilizzati da NATO e Difesa Italiana, anche al fine del controllo delle frontiere. Quali sono le conseguenze che ha riscontrato sulle popolazioni locali che abitano nei pressi di tali radar?

 

Le prime conseguenze negative sono di tipo paesaggistico-ambientale. Si tratta sempre più spesso d’installazioni, infrastrutture di acciaio e cemento, tralicci, antenne paraboliche, ecc, realizzati in luoghi dalla straordinaria bellezza, talvolta pure inseriti all’interno di riserve naturali, siti d’interesse comunitario, ecc. Ma radar e stazioni di telecomunicazioni sono soprattutto vere e proprie bombe elettromagnetiche e sottopongono la popolazione a pericolosissimi carichi di onde inquinanti, con gravissime conseguenze in campo sanitario. Gli studi scientifici hanno provato l’alta frequenza di malattie e gravi forme tumorali tra gli abitanti di Niscemi, dove sorge la più grande stazione di telecomunicazioni della marina Usa nel Mediterraneo e dove è state già installato il terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare statunitense. Ma anche a Lampedusa e Linosa i casi di cancro tra gli abitanti hanno ormai raggiunto livelli estremamente preoccupanti se confrontati con il resto della Sicilia. C’è qualcuno che può asserire che la selva di sistemi radar e dei sistemi della telefonia cellulare non  sia una delle cause scatenanti di questa gravissima situazione sociosanitaria nelle Pelagie?    

 

Quali ritiene che siano gli attori principali a livello di Unione Europea interessati ad una presenza militare nel Mediterraneo? E perché?

 

 Francia, Spagna, Portogallo e Grecia mi sembrano gli attori chiave, ma non  dimenticherei la Gran Bretagna che se da una parte boicotta Triton dall’altra rafforza il proprio dispositivo aeronavale nel Mediterraneo o in alcune basi greche. Ma c’è pure la Germania che punta a conquistarsi una leadership anche in campo militare e aeronavale in sud Europa e che utilizza con sempre più frequenza le basi aeree e i poligoni sardi per le proprie esercitazioni ed operazioni extra-area. Poi c’è la piccola Slovenia, l’unico paese Ue che ha fornito un simbolico supporto tecnico-logistico all’Operazione Mare Nostrum. Dulcis in fundo i paesi no Ue ma a cui la Ue, Washington e  la Nato affidano da anni compiti strageci integrati nello scacchiere mediterraneo e mediorientale: Israele e la Turchia in particolar modo, due potenze locali dove sono fortissimi i legami tra il potere politico e il complesso militare-industriale.

 

Intervista a cura di Alessia Capasso, pubblicata in Cafébabel il 24 novembre 2014, http://www.cafebabel.co.uk/brussels/article/voices-of-lampedusa-part-1-interview-with-antonio-mazzeo.html

 

 


 

Article published on Nov. 24, 2014 - english

 

Voices of Lampedusa, curated by photojournalist Alessia Capasso, gathers together a series of interviews with those who are personally experiencing (or studying in depth) the consequences of European policy on life on a small island in the Mediterranean.

We'll begin Voices of Lampedusa with an interview with Antonio Mazzeo,  an Italian peace-researcher and journalist who has published several essays on conflicts in the Mediterranean area and on human rights violations. He received the "Premio G. Bassani - Italia Nostra 2010" prize for journalism and began working as a militarization expert with the Collettivo Askavusa di Lampedusa (Lampedusa Askavusa Collective), which is involved in several struggles in the area. The installation of new military radar on the island a few months ago, justified as well by the need to monitor migrant routes, has led to numerous protests among citizens. Starting with Triton, the new Frontex operation, we're back with a series of questions in order to gain a clearer picture of the relationship between EU migration policies and the process of militarization in the Mediterranean.

Cafébabel: Based on your experience with issues surrounding militarization, do you believe that Triton contributes to the militarization process in the Mediterranean? In what way?

Antonio Mazzeo: Triton is a military operation, managed by the military in a military fashion. That necessitates military contributions and new warfare technologies (ships and planes, patrol boats,  aeronautical systems, unmanned surveillance aircraft,  radar and satellite systems). From this, it follows that the operation can only reinforce the process of militarizing this incredibly important geostrategic area, where the new wars on migration are being added to so many decades-long conflicts, as well as the West's  neocolonial domination strategy.

Cafébabel: The end of Mare Nostrum is triggering regret on the part of many humanitarian organizations. Do you believe that military rescue was perhaps the correct way to help migrants?

Antonio Mazzeo: I continually do not understand nor share in the “regrets” nor the praise of Mare Nostrum expressed by NGOs, human rights associations, or social organizations. In addition to the mystification and propaganda by the Government and armed forces, the operation's unsustainable financial costs and original scope continue to be hidden. With Mare Nostrum's aereonautically powerless plan, the government aimed at preventing as many departures as possible from the coasts of Africa by projecting national boundaries as far South as possible (witness the use of Italian drones up to the borders of Libya, Chad and Sudan), legitimizing the role of the Armed Forces in terms of public order and containment of the “immigration menace."  It was also aimed at obtaining financial contributions from the European Union to compensate military forces and offer new investment opportunities for the military-industrial-financial complex. In the end, the big Navy war units were transformed into a “rescue” operation and transported to Sicily in the hope of turning back and dissuading departures. From that comes the Government's demand to find the most honourable exit strategy possible. And so pressure on Brussels and now the Triton hybrid. . .

 

Cafébabel: Is it possible that Mare Nostrum was a key step towards a larger project, created to be seemingly 'humanitarian,' but already destined to escalate into Triton?

Antonio Mazzeo: Yes, originally it was also intended to reinforce international military control in the Mediterranean under the Nato and/or EU banner, framed as a new war against migration and migrants. Italy, after trying to do that first, found itself substantially isolated. I imagine it was because the  armed forces and the governments of European partner countries understood right off that a similar operation would fail to meet their objectives or would have produced the boomerang effect of making the movement of migrants in the Mediterranean less complicated and risky. Triton is none other than a reductive compromise that Renzi, Alfano and Pinotti obtained in Brussels to curtail Armed Forces expenses and “commitments” in the “struggle against migration.”

Cafébabel: What roles in general do Lampedusa and Sicily play on the international scene?

Antonio Mazzeo: Lampedusa has for decades been one the most important “eyes” of the USA and Nato on North Africa, an “advanced point” aggressively projected against Gaddafi's Libya. The small island hosted an important telecommunications station (the Loran C), owned by and for the exclusive use of the US Coast Guard, that was probably also utilized for intelligence and international espionage operations by the NSA agency. Old and new conflicts in the Mediterranean and this very Triton are reviving Lampedusa's role as the “primary port” of disembarkment and “prison camp” for migrants and asylum seekers, are already acting to reinforce national military operations on the island, with the arrival of new Frontex agency operators and the installation of ever more sophisticated radar and telecommunications centres, some of which are financed and made up by NATO.

Cafébabel: There is a current protest on Lampedusa against the new radar installed to monitor migrant routes. In the past, you have monitored the consequences of radar on the local population. What are the risks?

Antonio Mazzeo: The first negative consequences are of the landscape-environmental type. More and more, installations (steel and cement infrastructure, transmission towers, parabolic antennae) are being built in places of extraordinary beauty, sometimes right in the middle of natural reserves and sites of community interest. In reality, radar and telecommunications stations are electromagnetic bombs that subject the population to extremely dangerous levels of toxic waves, with very serious health consequences. Scientific studies have proven the high frequency of illness and serious tumor formation among inhabitants of Niscemi, where the US Navy's largest telecommunications station in the Mediterranean is located and where the land terminal for MUOS, the new United States satellite telecommunications system, has already been installed. On Lampedusa and Linosa as well, cancer cases among inhabitants have now reached extremely worrisome levels by comparison with the rest of Sicily. Is there anyone who can assert that the jungle of radar and cellular telephone systems is not one of the causes triggering this extremely serious public health situation in the Pelagie Islands?

 

Cafébabel: Who do you believe are the principal actors in the European Union interested in a military presence in the Mediterranean? And why?

Antonio Mazzeo: France, Spain, Portugal and Greece seem to me to be the key actors, but we shouldn't forget Great Britain that on the one hand is boycotting Triton while on the other, reinforcing its own aeronautical projects in the Mediterranean or on some Greek bases. It's only Germany that aims to conquer both military and aeronautical leadership in Southern Europe and is more and more frequently using air bases in Sardinia for their own extra-area exercises and operations. And then there is little Slovenia, the only EU country that has furnished a symbolic technical-logistical support to Operation Mare Nostrum. Last but not least, the non-EU countries that the EU, Washington and Nato have for years entrusted with integrated strategic functions on the Mediterranean and Middle Eastern scene: Israel and Turkey in particular, two local powers where the links between political power and the military-industrial complex are very strong.

lunedì 8 dicembre 2014

Altri droni italiani per i conflitti centrafricani



Prima l’Iraq e l’Afghanistan, poi la Libia, la Somalia, il Kuwait e la guerra ai migranti nel Mediterraneo. Adesso l’Africa sub-sahariana. Secondo quanto rivelato da RID, rivista italiana specializzata sulle tematiche della difesa, l’Aeronautica militare si appresta a dispiegare i velivoli senza pilota “Predator” del 32° Stormo di Amendola (Foggia) in un Paese appartenente alla fascia dell’Africa Centrale, per sostenere le operazioni occidentali contro le diverse milizie ribelli islamico radicali. Non è certo ancora dove i droni-spia italiani saranno rischierati, anche se è probabile che si tratti della martoriata Repubblica Centrafricana, dove da quest’estate opera un contingente di 50 uomini dell’8° Reggimento genio guastatori della Brigata paracadutisti “Folgore” di Legnago (Verona). Il personale italiano è integrato nella forza multinazionale dell’Unione Europea (EUFOR RCA) attivata a Bangui a giugno. Secondo quanto dichiarato dal Ministero della difesa, i parà nella RCA hanno il compito di “garantire il supporto della mobilità delle forze europee, la ricognizione e il mantenimento degli assi di comunicazione, la bonifica di residuati bellici e la realizzazione di lavori infrastrutturali in favore della popolazione e del governo locale”. Nei mesi scorsi, i militari hanno contribuito alla “protezione” delle imprese impegnate alla costruzione di un ponte tra due quartieri della capitale, in una delle aree più “sensibili” per la presenza di oltre 20.000 sfollati. Gli italiani partecipano insieme a un contingente delle forze speciali spagnole pure alle attività di vigilanza dello scalo aereo di Bangui. “L’aeroporto è l’unico terminal internazionale in Centrafrica”, spiega il portavoce della Difesa. “I genieri della brigata Folgore hanno migliorato la viabilità, realizzato le aree di controllo degli autoveicoli, controllato oltre 800 mezzi al giorno e rinforzato i checkpoint a protezione dello scalo”.
La componente militare dell’Unione Europea nella Repubblica Centrafricana (EUFOR RCA) è costituita da 750 unità di diverse nazioni e comprende anche una forza di polizia. Le attività vengono svolte nel quadro della risoluzione Onu n. 2134 del 28 gennaio 2014 e della decisione del Consiglio Europeo del 10 febbraio successivo, che autorizzano un’operazione militare transitoria di stabilizzazione interna in vista del pieno dispiegamento della missione delle Nazioni Unite denominata “MINUSCA” (Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica centrafricana). Dal 2013 ad oggi, Bruxelles ha stanziato più di 360 milioni di euro per finanziare gli interventi a favore delle autorità governative locali. Altri 5,7 milioni sono stati concessi il mese scorso per estendere le attività di EUFOR RCA sino al 15 marzo 2015 e “sostenere lo sforzo per un’effettiva transizione alla missione internazionale sotto l’egida dell’Onu”. MINUSCA ha preso il via ufficialmente il 15 settembre con il trasferimento a Bangui di 6.500 caschi blu e 1.000 poliziotti, cui si sono aggiunti i reparti francesi schierati nella RCA con l’operazione “Sangaris” e i 5.250 militai del contingente dell’Unione Africana “MISCA”, provenienti principalmente da Burundi, Camerun, Gabon e Repubblica del Congo. Di contro, 850 soldati del Ciad, inquadrati in MISCA, hanno dovuto lasciare il Paese perché accusati di violazioni e violenze ai danni della popolazione locale. Secondo gli accordi assunti internazionalmente, il governo di transizione della RCA dovrà fissare lo svolgimento di nuove elezioni politiche entro il febbraio 2015, mentre le Nazioni Unite garantiranno la presenza di un contingente di 12.000 effettivi con funzioni di ordine pubblico e “stabilizzazione”.
Stando a RID – Rivista italiana difesa anche il Ciad potrebbe essere uno dei candidati ad ospitare i “Predator” del 32° Stormo dell’Aeronautica militare italiana. “Un dispiegamento in Ciad, peraltro, permetterebbe anche di monitorare il vicino Niger e, soprattutto, il sud della Libia, aree estremamente sensibili anche per gli interessi italiani”, rivela RID. “A tal proposito, i Predator dell’Aeronautica potrebbero sostituire il Predator americano come del resto già accaduto a Gibuti”. Ad agosto, due droni italiani sono stati schierati nel piccolo paese del Corno d’Africa, nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta” e a supporto delle forze governative somale in lotta contro le milizie islamico-radicali di Al Shabab. In Ciad, invece, l’aeronautica militare degli Stati Uniti d’America dispiega un velivolo “Predator” e un contingente di 80 uomini per monitorare le attività del gruppo “terroristico” nigeriano Boko Haram. Altri aerei senza pilota Usa con funzioni d’intelligence, ricerca e riconoscimento sono stati dispiegati pure in Niger, mentre al controllo di una vasta area sub sahariana che dal Corno d’Africa si estende sino alle regioni settentrionali della Nigeria concorrono i “Global Hawk” statunitensi della stazione aeronavale siciliana di Sigonella.

domenica 7 dicembre 2014

Quando la mafia voleva costruire il MUOS off shore. Nuove rivelazioni del pentito Antonio Matteo


Non lo avevamo mai visto così arrabbiato Antonio Matteo, uno dei più accreditati collaboratori di giustizia della DDA di Catania, per anni trait d’union tra gli uomini di Cosa nostra, politici e imprenditoria siciliana. Quanto dichiarato dal governatore Sarino Crocetta durante la sua recente visita a Caltagirone, dove ha inaugurato due nuovi reparti del locale presidio ospedaliero, lo ha particolarmente irritato. Giustificando la sua danza del gambero che nell’estate del 2013 lo aveva condotto a revocare la revoca della revoca della revoca delle autorizzazioni alla costruzione del MUOS a Niscemi, Sarino Crocetta ha affermato che se fosse stato per lui, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della marina militare Usa, lo avrebbe costruito off shore, su una piattaforma costruita ad hoc a poche miglia a sud da Lampedusa. “Il presidente della Regione siciliana mente”, afferma l’ex boss Antonio Matteo. “Ogni cosa buona la deve fare lui e sempre. E’ innamorato di se stesso al punto di dimenticare che era nell’interesse della famiglia mafiosa etnea quello di trasferire il MUOS a largo della Sicilia, un affaire che ci avrebbe reso milioni di dollari…”. A Matteo, che da più di un anno ci aveva rifiutato altre interviste, lo abbiamo raggiunto nella località protetta del nord-est dove oggi opera come mediatore interculturale in un CIE per migranti africani.

Signor Matteo, un anno fa lei ci disse che Cosa nostra era in combutta con eco-pacifisti, anarcoinsurrezionalisti e blackblock per impedire l’installazione del MUOS in Sicilia. Oggi invece scopriamo che i mafiosi erano interessati a dirottarlo in acque internazionali…

Quando gli americani chiesero la prima autorizzazione al governo siciliano, allora c’era don Raffaele Lombardo, ci mettemmo contro convincendo la politica e gli ambientalisti che si sarebbe trattata di una bomba a cielo aperto. Il gotha mafioso siculo era parecchio arrabbiato con Washington, troppi arresti di boss e gregari tra New York, Chicago e il Canada, troppe estradizioni concesse alle autorità di polizia italiane. Dopo il Nobel per la pace a mister Obama, speravamo che lui mettesse una buona parola a Roma per abrogare il 41 bis. Diceva di voler chiudere Guantanamo, ma dimostrò che non gliene fregava nulla delle sofferenze dei nostri padrini.  Fu così allora che dicemmo No, qui il Muos non s’ha da fare.  Quando gli americani ci fecero sapere che per loro sarebbe andata bene, al posto di Niscemi, pure Pantelleria o al massimo Lampedusa, Bernardo Provenzano ci ordinò di trattare. In fondo quello di Washington era un segnale di distensione. E per il clan Santapaola il MUOS poteva diventare un grosso affare.

Però poi di Pantelleria e Lampedusa non si fece nulla…

Beh, Pantelleria non la prendemmo mai seriamente in considerazione, anche perché l’Aeronautica italiana e la Nato non volevano intoppi per potenziare il traffico di aerei e droni militari dall’isola. Lampedusa era invece un’ottima alternativa: lontana da tutti, pochi abitanti, una selva di antenne di radar e sistemi di telecomunicazioni sparsi ovunque. Una parabola satellitare in più o in meno, non se ne sarebbe accorto nessuno! disse entusiasta il rappresentante etneo di Cosa nostra al summit in cui, ricordo, c’erano pure due agenti della CIA e un imprenditore a noi amico, di casa a Sigonella. Avevamo già predisposto il tutto, ma da Roma arrivò il niet. Lampedusa ci serve per stipare quei pazzi neri che sfidano il Mediterraneo, ci dissero dal Ministero degli interni. Sapevamo che con i migranti avremmo fatto più affari che con l’eroina, così lasciammo perdere per un po’ il progetto del MUOS.

E quando si arrivò a questa storia del MUOS off shore?    

Credo sia cosa nota che insieme alle antenne del MUOS, l’amministrazione Obama chiedeva alla Regione le autorizzazioni per perforare l’Isola a destra e manca in cerca del petrolio. Il terminale satellitare di Niscemi e l’oro nero facevano parte dello stesso pacchetto. Noi con politici e amministratori chiedemmo garanzie, cioè regalie, bonus, pranzi e cene. I texani indugiarono un po’, speravano che ci bastasse un viaggio premio a Disneyland con mogli, amanti e i nostri figli. Quando capirono che facevamo sul serio e che saremmo stati in grado di sabotare pozzi e trivelle e lanciare contro la base Usa di Niscemi perfino un monaco buddista, calvo e scalzo, con al fianco cento chili di tritolo, ci proposero un 20% di royalties da condividere con i nostri più cordiali referenti istituzionali. La scoperta che nel Canale di Sicilia il petrolio abbonda come in Arabia Saudita, spinse i texani a tempestare il governo di richieste di concessioni off shore. A don Nitto Santapaola, un genio per ogni affare, venne l’idea. Ma perché in una delle piattaforme non ci portiamo anche il MUOS? Agli americani la cosa piacque assai; si prendevano due piccioni con una fava, niente più ostacoli di mafia alla realizzazione dell’impianto di guerra e niente più blackblock e monaci buddisti artificieri…  

Però il MUOS, alla fine, si è fatto sempre a Niscemi…

La colpa fu di un tale professor Zuccotto del Politecnico di Milano, che dopo due bottiglie di Cerasuolo di Vittoria DOC si convinse a firmare un rapporto di scarso rigore scientifico secondo cui le onde elettromagnetiche avrebbero messo in tilt gli apparati delle trivelle off shore e che invece di pompare petrolio c’era il rischio di fare incetta di cefali, polpi, tonni e pescispada. La cosa terrorizzò i texani e gli industrialotti siciliani. Fu così che a Palermo fece un passo indietro il gotha del PUS, il Partito unico siciliano dei Crocettalumiaardizzonepdncdudcchipiùnehapiùnemetta. Per amore delle casse della Regione e la sicurezza sociale ed economica dei siciliani, in tempi record arrivò la revoca della revoca della revoca della revoca ai lavori del MUOS a Niscemi. Contemporaneamente si avviò un vasto piano di craterizzazione petrolifera di valli, spiagge, boschi, riserve e perfino di qualche villaggio di pescatori. Proprio per questo Crocetta non ha assolutamente il diritto di dire che era lui a volere il MUOS su una piattaforma off shore!

Ma come reagì Cosa nostra dopo che fu abbandonato il progetto?

So per certo che le bestemmie di Santapaola e Provenzano furono sentite a dieci chilometri di distanza, facendo arrossire per il pudore le suore orsaline del buongesù che tanto conforto recano ai fratelli carcerati. Guardi che per assicurare il trasferimento dei tralicci e delle parabole del Muos, Vincenzo Ercolano, nipote dei Santapaola, stava trattando l’acquisto di tre unità navali che per conto di un importante armatore, già parlamentare di Berlusconi, facevano il via vai nello Stretto di Messina. Della cosa so che se ne stanno occupando i magistrati di Catania. Bisonte o Caronte si dovrebbe chiamare l’inchiesta. Dell’affaire delle navi ne parla l’ordinanza. Basta leggerla. Ci abbiamo rimesso un sacco di soldi. Solo per raggiungere da Pozzallo la piattaforma off shore a qualche miglia da Lampedusa, la marina Usa ci avrebbe pagato due milioni di dollari. Un altro milione ce lo avrebbero girato per assicurare la guardiania del nuovo impianto MUOS. Per non dire poi i texani, che erano disposti a fare con noi la joint venture “Baciamo le mani Oil S.p.A”. Vedrete alla fine che saranno i soliti famelici quaquaraqua che ondeggiano tra Palazzo d’Orleans e quello dei Normanni a guadagnarci con l’oro nero di terra e del mare.
Intervista pubblicata nel numero odierno de Ilsicilianolibero_ilmegafono.info.com.

venerdì 5 dicembre 2014

Militari somali in Italia. Li addestra la Folgore


Un mese di training in Italia per fare la guerra ai miliziani al-Shabab in Corno d’Africa. Da qualche giorno, una trentina di militari somali sono ospiti a Livorno per partecipare a un “corso di scorta, protezione ravvicinata e anti-terrorismo” che li abiliterà a guardie del corpo dei leader di governo e delle forze armate del martoriato paese africano. Ad addestrare il personale somalo in alcuni poligoni della Toscana ci sono gli incursori del 9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin”, reparto d’eccellenza della Brigata Folgore.

“Non è noto se siano già stati pianificati altri corsi da tenere in Italia riservati al personale delle forze armate e di polizia somale, anche se da tempo gira voce che Roma stia mettendo a punto una missione militare nazionale di addestramento e consulenza da schierare a Mogadiscio”, riporta il sito specializzato Analisi Difesa. Le attività in Italia rientrano nel programma di cooperazione militare rivolto alla Somalia, avviato dopo la firma a Roma, nel settembre 2013, di un Memorandum bilaterale nel settore Difesa e gli accordi messi a punto con la visita a Mogadiscio, il 10 ottobre 2014, del Capo di stato maggiore, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli.

I militari “ospiti” a Livorno avevano frequentato nei mesi scorsi i corsi di addestramento basico per la fanteria curati da EUTM Somalia (European Union Training Mission to contribute to the training of Somali National Security Forces), la missione addestrativa a favore delle forze di sicurezza somale che l’Unione europea ha attivato nell’aprile 2010 in collegamento con il Comando militare statunitense per il continente africano (US AFRICOM) ed AMISOM, la missione militare dell’Unione africana in Somalia. Schierata inizialmente a Kampala, capitale dell’Uganda, EUTM Somalia avrebbe dovuto operare per non più di tre anni, ma nel gennaio 2013 il Consiglio Europeo ha deciso di estenderla sino al 31 marzo 2015, stanziando 11,6 milioni di euro e ampliandone i compiti alla “consulenza politico-strategica” e all’addestramento specializzato delle forze governative in “attività anti-insurrezione e anti-terrorismo e al combattimento in ambiente urbano”. Nella seconda metà del 2013 la missione Ue ha trasferito il suo quartier generale nell’aeroporto internazionale di Mogadiscio e dal gennaio 2014 tutte le attività sono condotte esclusivamente presso il Jazeera Training Camp, sito a una ventina di chilometri dalla capitale.

La missione Ue vede schierati in Somalia 125 militari di 10 paesi (Italia, Germania, Svezia, Ungheria, Spagna, Belgio, Finlandia, Olanda, Portogallo e Serbia). Dal 15 febbraio il comando della missione è affidato al generale Massimo Mingiardi, vice comandante della Scuola di fanteria di Cesano ed ex comandante della brigata “Folgore”. L’Italia fornisce oltre il 60% del personale EUTM: un’ottantina di militari provenienti dal 186° Reggimento della “Folgore” e alcuni addestratori specializzati dell’Esercito e dei Carabinieri. Secondo il cronogramma operativo, nel 2014 il team italiano seguirà la formazione di 1.850 militari somali, con una spesa che solo nei primi sei mesi dell’anno è stata di 7 milioni e 62.000 euro. L’Italia contribuito pure con 800 mila dollari al fondo fiduciario delle Nazioni Unite a sostegno dell’esercito somalo.

I corsi addestrativi EUTM hanno preso il via a fine febbraio. Le attività, della durata di 4 settimane, hanno il compito di formare i militari somali (Train the trainers) poi destinati ad addestrare le future reclute del Somali National Army (SNA). La missione europea ha pure organizzato corsi specialistici per ufficiali e sottufficiali dell’esercito somalo e per le forze di polizia. Particolare enfasi è data alle attività d’intelligence e di contrasto delle milizie armate al-Shabab, ritenute vicine ad al-Qaeda e, dei flussi migratori tra il Corno d’Africa e l’area mediterranea. “La nostra missione militare è una prova di impegno coraggioso e di amicizia col popolo somalo”, ha dichiarato a fine giugno il viceministro Lapo Pistelli in visita a Mogadiscio. “L’Italia è a fianco del governo e dei Paesi della regione, impegnati a contrastare il terrorismo di Shabab. Da quest’area, quest’anno, vengono poi importanti flussi di migranti e richiedenti asilo: assieme all’Ue e in un dialogo costruttivo con il governo somalo vogliamo contrastare la tratta di esseri umani, garantire livelli adeguati di protezione e lavorare assieme sulle cause del sottosviluppo”.

Ad agosto, i parà della “Folgore”, insieme ad alcuni “consiglieri” militari statunitensi, hanno condotto un corso addestrativo al combattimento in ambiente urbano per 250 militari somali. “L’attività è volta a potenziare le capacità operative necessarie all’esercito somalo affinché possa sconfiggere i gruppi terroristi e garantire la sicurezza nazionale”, ha spiegato il generale Massimo Mingiardi. Il corso ha coinciso con l’addestramento fornito dalle forze armate statunitensi a due compagnie delle forze speciali somale nelle “attività contro insurrezione e anti terrorismo”. Nonostante Usa e Ue abbiano intensificato il proprio impegno a favore delle forze armate somale, il generale Mingiardi ha chiesto a Bruxelles ulteriori risorse finanziarie e umane. “Aiutare la Somalia a ricostruire le sue forze armate è una missione importante e impegnativa”, ha dichiarato recentemente ad Adnkronos. “Ma il vero problema è l’assenza dell’equipaggiamento. L’addestramento degli uomini non è la soluzione dei problemi, servono divise e strutture. I soldati a cui facciamo i corsi, a volte, non hanno le uniformi. In Somalia non ci sono le caserme perché gli edifici sono stati bombardati. I soldati dormono per terra e non c’è acqua potabile. Di fronte a questa situazione è necessario che l’Europa intervenga, cambiando e ampliando l’obiettivo della missione. Servono soldi e altri soldati; sto ancora aspettando”.
Dal 22 settembre, due velivoli-spia a pilotaggio remoto “Predator” del 32° Stormo dell’Aeronautica militare, di stanza ad Amendola (Foggia), sono stati schierati a Gibuti nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione europea “Atalanta”. I “Predator” vengono impiegati tuttavia per altre attività di sorveglianza e ricognizione a terra, anche a favore delle forze governative somale in lotta contro le milizie vicine ad al Qaeda. Il 3 ottobre ha preso il via in Somalia anche la missione di addestramento “MIADIT” dell’Arma dei Carabinieri. Una trentina d’istruttori dell’Arma sono impegnati in un percorso formativo di 12 settimane con 150 agenti della polizia somala. La missione, spiega il colonnello Paolo Pelosi, comandante di MIADIT, è “volta a favorire la stabilità e la sicurezza della Somalia e dell’intera regione del Corno d’Africa, accrescendo le capacità nel settore della sicurezza e del controllo del territorio da parte delle forze di Polizia somale”.

giovedì 4 dicembre 2014

L'Italia base della Nato flessibile e globale


L’Italia, ancora una volta, al centro dell’evoluzione strategica dell’Alleanza Atlantica. Dal prossimo anno il Joint Forces Command (JFC) di Napoli, il comando strategico alleato interforze in Sud Europa, guiderà la Nato Response Force (NRF), la forza di pronto intervento di 25.000 militari in grado d’intervenire in poche ore in qualsiasi area di crisi del pianeta. Una task force iper-specializzata che ha a disposizione basi, depositi di munizioni e infrastrutture di supporto principalmente nei paesi Nato prossimi alla frontiera con la Russia, potenza contro cui Bruxelles intende scatenare altre crociate per la supremazia mondiale. Due anni fa il quartier generale del JFC Nato è stato trasferito da Bagnoli a Lago Patria, in una modernissima megainfrastruttura di 85mila metri quadri costata 165 milioni di euro. Vi operano 2.100 militari e 350 civili di 22 paesi dell’Alleanza: Belgio, Bulgaria, Canada, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Turchia, Ungheria e Stati Uniti d’America. A Lago Patria è stato pure trasferito il distaccamento dell’Unione europea che sovrintende alle operazioni militari in Bosnia-Erzegovina, a conferma dell’ormai inestricabile legame tra l’Alleanza Atlantica e l’Ue.

La “nuova” Nato flessibile e globale ha bisogno di armi sempre più potenti e sofisticate, droni-killer e sistemi missilistici innanzitutto, ma anche di testate nucleari moderne e pronte ad ogni uso. Per questo è stato avviato in Europa un programma di ammodernamento delle testate a caduta libera del tipo B61, novanta delle quali sono ospitate oggi nelle basi di Ghedi di Torre (Brescia) e Aviano (Pordenone). Nello scalo bresciano le aree di stoccaggio delle testate sono custodite dal 704th Munitions Maintenance Squadron (MUNS) dell’US Air Force che in caso di conflitto può armare i velivoli delle forze aeree italiane e di altri paesi Nato. Le unità nucleari operano alle dipendenze del 16th Air Force, il comando delle forze aeree Usa in Europa di stanza ad Aviano con due squadroni con cacciabombardieri F-16 in grado d’intervenire regionalmente ed extra-area su richiesta del Comando supremo alleato in Europa (Saceur). La base friulana, dove operano stabilmente oltre 4.000 militari e 594 civili statunitensi, è oggetto di un articolato programma infrastrutturale per un importo complessivo superiore ai 610 milioni di dollari (“Aviano 2000”). Oltre alle unità dell’US Air Force, ad Aviano ci sono pure un centinaia tra militari e contractor nella custodia dei depositi di US Army Africa (USARAF), il comando per le operazioni terrestri in territorio africano che il Pentagono ha attivato sei anni fa a Vicenza.

Proprio questa città veneta, patrimonio Unesco, è stata promossa dal Dipartimento della difesa nella “capitale dell’esercito statunitense di stanza in Sud Europa”. Con un investimento di 465 milioni di dollari sono stati realizzati nuove, caserme, depositi, centri di telecomunicazione, ecc.. Il progetto più costoso e devastante dal punto di vista territoriale ed ambientale ha visto la trasformazione dell’ex aeroporto civile “Dal Molin” in hub operativo del 173rd Airborne Brigade Combat Team, il reparto di pronto intervento aviotrasportato dell’esercito Usa, impiegato nei maggiori scacchieri di guerra mediorientali (Iraq e Afghanistan) e più recentemente in Africa ed Ucraina. Oggi la nuova infrastruttura di Vicenza ospita i comandi della brigata e quattro battaglioni, due provenienti dalla Germania e due dalla storica base militare di Camp Ederle. Anche a Vicenza il numero dei militari Usa supera le 4.000 unità.

Altri 5.000 militari statunitensi operano a Sigonella, la maggiore installazione aeronavale Usa e Nato per gli interventi in Europa orientale, Africa, Medio Oriente e Sud-est asiatico. Entro un paio d’anni, la base siciliana opererà da vera e propria capitale mondiale dei droni. Da un lustro i velivoli senza pilota “Global Hawk” di US Air Force decollano da Sigonella per “sorvegliare” e individuare gli obiettivi da colpire in un’area geografica che dal Mediterraneo si estende sino all’intero continente africano. Nella base aeronavale è entrato in funzione un grande centro di manutenzione e riparazione dei droni di US Air Force e US Navy, compresi i famigerati velivoli killer tipo “Predator” e “Reaper” utilizzati per bombardare in Medio oriente, Libia, Somalia, Mali e Congo. Entro il 2017, a Sigonella sarà pienamente operativo pure il programma Alliance Ground Surveillance (AGS) della Nato. Il nuovo sistema alleato di “sorveglianza e riconoscimento” si articolerà su un centro di coordinamento e controllo (con 800 militari provenienti dai paesi dell’Alleanza) e cinque velivoli senza pilota RQ-4 “Global Hawk” Block 40, versione più avanzata dei droni Usa.

Sempre in Sicilia, 70 km più a sud di Sigonella, nel cuore della riserva naturale di Niscemi (Caltanissetta) è stata completata una delle quattro stazioni mondiali del MUOS (Mobile User Objetive System), il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari in altissima frequenza della Marina militare statunitense. Il MUOS metterà in rete centri di comando, controllo e intelligence, infrastrutture logistiche, le migliaia di utenti mobili come cacciabombardieri, unità navali, sommergibili, reparti operativi, missili Cruise, aerei senza pilota, ecc., decuplicando la velocità e la quantità delle informazioni trasmesse nell’unità di tempo. Uno strumento di guerra e domimino planetario di proprietà ed uso esclusivo del Pentagono che genererà potenti fasci elettromagnetici con gravissimi effetti per l’ambiente e la salute degli abitanti di un’ampia area della Sicilia e pesanti limitazioni perfino sul traffico aereo civile negli scali e nei cieli dell’Isola.


sabato 29 novembre 2014

L’Italia alla corte del diabolico Qatar


Per il ministro allo Sviluppo tedesco, Gerd Mueller, il Qatar è il “bancomat dell’Isil”, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante che ha lanciato la guerra santa all’Occidente. Ancora più duro l’ambasciatore israeliano all’Onu, Ron Prosor, che sul New York Times ha definito l’emirato il “Club Med dei terroristi” internazionali. Ciononostante, ministri, militari, industriali e faccendieri italiani fanno a gara per ingraziarsi i favori del piccolo ma potente stato mediorientale. Il 26 novembre, ad esempio, la ministra della Difesa Roberta Pinotti si è recata in visita ufficiale a Doha per incontrare i ministri qatarini generale Hamad Bin Ali Al Attiyah (difesa) e Khalid Bin Mohammed Al Attiyah (esteri). “Al centro dei colloqui, improntati alla massima cordialità, gli scenari di crisi regionali, con particolare riguardo a Iraq, Siria e Libia, e la cooperazione bilaterale in ambito Difesa”, riporta il sito del Ministero. Italia e Qatar hanno avviato da tempo un dialogo e la visita del Ministro Pinotti ha contribuito a rafforzare e consolidare i rapporti di cooperazione esistenti anche nel settore della formazione e dell'addestramento del personale militare”. Temi centrali degli incontri, la controffensiva internazionale anti-Isis e gli “sviluppi della situazione nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo e nel Medio Oriente”. Undici giorni prima, la ministra Pinotti aveva ricevuto a Roma il generale Ghanim Bin Shaheen Al-Ghanim, Capo di Stato Maggiore delle forze armate del Qatar. Durante il breve tour in  Italia, il Capo delle forze armate qatarine è stato pure ospite dell’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli (Capo di Stato maggiore della Difesa) e del Centro Sperimentale di Volo dell’Aeronautica militare di Pratica di Mare, l’unico ente di consulenza della Difesa per le prove in volo dei velivoli e dei sistemi d’arma, l’addestramento e la sperimentazione nel settore della medicina aeronautica e spaziale, ecc.

Il 3 novembre era stato il viceministro Lapo Pistelli a raggiungere Doha per incontrare con il ministro degli Esteri Khalid Bin Mohammed Al Attiyah e alcuni imprenditori italiani che operano nella penisola arabica. “Il Qatar non è soltanto un attore fondamentale e imprescindibile per le prospettive di stabilizzazione della regione, ma anche un Paese molto ricco dove è più che opportuno esplorare ogni possibilità di collaborazione nel reciproco interesse”, dichiarava Pistelli. “Sul piano prettamente politico, questa prima sessione delle consultazioni politiche bilaterali è servita anche a comprendere meglio, nell’ottica del Qatar, le ragioni degli attuali conflitti nella regione, dalla Libia alla Siria all’Iraq, premessa necessaria all’individuazione dei meccanismi più appropriati per stemperarli”.

Italia e Qatar sono legate da un accordo di cooperazione militare, ratificato dal Parlamento con voto bipartisan il 29 settembre 2011, che prevede l’organizzazione di attività d’addestramento ed esercitazioni congiunte, la partecipazione ad operazioni di peacekeeping e lo “scambio” di una lunga lista di armi e munizioni, sistemi di telecomunicazione e satellitari, ecc.  L’ultima grande esercitazione bilaterale risale alla primavera 2014: gli uomini del Gruppo Operativo Incursori (il reparto d’eccellenza della Marina militare di stanza a La Spezia) hanno realizzato un’intensa campagna addestrativa a favore del team di pronto intervento della guardia dell’Emiro, conducendo “operazioni speciali di assalto ad unità navali e liberazione di ostaggi”. L’attività, pianificata e coordinata dal Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali, è stata svolta in alcuni poligoni terrestri e marittimi del Qatar e nelle aree addestrative liguri del Raggruppamento Subacquei ed Incursori “Teseo Tesei”. “A sottolineare l’importanza degli accordi bilaterali italo-qatarini, alle esercitazioni hanno assistito il Capo ufficio generale del Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Donato Marzano, il Comandante del COFS, generale Maurizio Fioravanti, il Comandante di Comsubin, contrammiraglio Francesco Chionna e una delegazione di autorità militari qatarine”, riporta una nota del Comando della Marina militare italiana.

È soprattutto il complesso militare-industriale-finanziario nazionale a essere interessato al rafforzamento della partnership con il Qatar, uno dei maggiori acquirenti di sistemi di guerra a livello mondiale. Alla mostra internazionale riservata alle aziende del settore bellico “DIMDEX 2014”, svoltasi a marzo a Doha, le forze armate dell’emirato hanno firmato contratti per un valore complessivo di 23 miliardi di dollari, facendo razzia di carri armati “Leopard”, blindati obici semoventi, sistemi antimissile “Patriot”, elicotteri d’attacco “Apache”, cacciabombardieri di ultima generazione, velivoli “Boeing 737” per la sorveglianza aerea, navi veloci per il controllo costiero, missili “Hellfire”. Una delle commesse più rilevanti (2 miliardi di euro) ha riguardato l’acquisto di 22 elicotteri da combattimento NH90 prodotti dal consorzio NHIndustries costituito da Airbus’Eurocopter (62,5%), dall’olandese Stork Fokker (5,5%) e dall’italo-britannica AgustaWestland (32%), gruppo Finmeccanica. Al salone “DIMDEX”, presente il vicesegretario della Direzione nazionale degli armamenti, ammiraglio Valter Girardelli, un’altra azienda partecipata di Finmeccanica, MBDA Missile Systems, ha presentato il nuovo sistema di difesa costiera MCDS (Marte Coastal Defence System) basato sui missili antinave “Marte MK2/N” e “Marte ER”, anch’essi di produzione MBDA,  ricevendo favorevole accoglienza da parte dei militari del Qatar e di altri Paesi del Golfo Persico. Il “lancio” del sistema missilistico a Doha era stato preceduto dalla visita in Italia di una delegazione della Marina qatarina, interessata ad acquisire i missili “Marte” per armare gli elicotteri NH-90. Relativamente al business delle armi made in Italy, va pure segnalato che tra il 2012 e il 2013 AgustaWestland aveva consegnato alle forze armate del Qatar 21 elicotteri AW139, assicurando contestualmente l’addestramento degli equipaggi e la fornitura di parti di ricambio (valore complessivo della commessa 260 milioni di euro).

Nulla sembra imbarazzare il governo, le forze armate e gli industriali italiani. Neanche il fatto che il Qatar sia considerato da alcuni nostri alleati Nato ed extra-Nato come il paese che più di tutti ha fornito sostegno finanziario, armi, protezione e copertura internazionale a numerosi gruppi dell’estremismo islamico attivi in Africa e Medio oriente. Diplomatici e studiosi indipendenti hanno rilevato come l’emirato sia un sostenitore della discussa organizzazione della Fratellanza musulmana, particolarmente attiva in Egitto e Gaza. “Pur continuando a presentarsi come un prezioso interlocutore e partner economico per gli Stati Uniti e i Paesi europei, il Qatar ha coltivato rapporti con leader e realtà salafite attive nella regione”, afferma Gianmarco Volpe, autore di uno studio sulle politiche dell’emirato, pubblicato a marzo dal CeSI - Centro Studi Internazionali. “Va sottolineato, inoltre, il forte legame stretto dalla leadership qatariota con i vertici della Fratellanza musulmana. Fondata su solidi rapporti interpersonali (in particolare quelli che legano l’ex Emiro Hamad bin Jassim bin Jaber alThani allo sceicco Yusuf alQaradawi, esponente di spicco della Fratellanza in Qatar, l’alleanza tra Doha ed i Fratelli musulmani si è concretizzata dopo la rottura del movimento con l’Arabia saudita, avvenuta dopo la Prima Guerra del Golfo”. Il Qatar ha utilizzato i Fratelli musulmani per rafforzare il proprio ruolo politico-economico nel mondo arabo; contestualmente i Fratelli musulmani hanno trovato un rifugio sicuro a Doha e nella rete radiotelevisiva alJazeera una voce autorevole per amplificare la propria visione politico-religiosa.

Da più parti il Qatar viene accusato di tenere relazioni sin troppo ambigue con gruppi e fazioni pro-Isis, organizzazione che ha proclamato la rinascita del Califfato nei territori controllati. L’emirato è stato uno dei primi paesi ad invocare l’invio di una forza multinazionale in Siria a sostegno dei “ribelli” in lotta contro il regime di Bashar al-Assad. Attualmente, il Qatar sostiene apertamente il Free Syrian Army, espressione militare dei gruppi vicini alla Fratellanza musulmana, mentre ha messo a disposizione di alcuni diversi gruppi di ribelli una vasta area d’addestramento nel deserto, al confine con l’Arabia saudita. Il “campo”, dove operano formatori e “consiglieri” qatarini e statunitensi, sorge nei pressi della grande base di Al Adeid, utilizzata insieme a quelle di Assaliyah e Doha dalle forze aeree Usa per sferrare gli attacchi contro le postazioni dell’Isis in Iraq e Siria. Contemporaneamente, però, le autorità governative e le forze armate lasciano libertà di movimento in Qatar ai finanziatori di gruppi jihadisti alcuni dei quali apertamente schierati con l’Isis o come il Fronte al-Nusra che dal dicembre 2013 è classificato tra le “organizzazioni terroristiche” dal Dipartimento di Stato.

L’approccio spregiudicato del Qatar e la sua quantità di relazioni (spesse volte, tra di esse, apparentemente inconciliabili) sono frutto di una politica nella quale è del tutto assente qualunque limitazione ideologica”, aggiunge lo studioso del CeSi, Gianmarco Volpe. “La politica estera qatariota non si fa portatrice di alcuna particolare idea, né di alcun particolare disegno strategico. A essere veicolato è un indefinito messaggio di cambiamento, funzionale alle ambizioni di crescita internazionale dell’Emirato”.

Il diabolico comportamento del Qatar sta avendo effetti indesiderati nel conflitto iracheno e siriano. Missili antiaerei di fabbricazione cinese, fornite dal Qatar ai ribelli siriani, vengono utilizzati dai miliziani del Califfato islamico contro gli elicotteri e gli aerei dell’esercito nazionale dell’Iraq. “Si tratta in particolare dei missili portatili cinesi FN-6, che il Qatar aveva consegnato alle milizie legate ai Fratelli musulmani”, denuncia Analisi difesa. “Queste brigate sono confluite in gran parte nello Stato Islamico o nei qaedisti del Fronte al-Nusra, come hanno fatto la gran parte delle unità combattenti dell’Esercito Siriano Libero”. La rivista specializzata Jane’s Defense Weekly ha documentato come gli FN-6 siano stati utilizzati lo scorso anno per colpire in Siria elicotteri MI-8, aerei da trasporto e almeno un Mig-21, mentre negli ultimi mesi hanno abbattuto in Iraq elicotteri multiruolo MI-17, MI-35 da attacco e Bell 407 “Scout”.
Altrettanto gravi le responsabilità qatarine nei sempre più drammatici scenari di guerra in Libia. A metà settembre, il primo ministro libico Abdullah al-Thinni ha affermato che tre aerei militari del Qatar, pieni di armi pesanti, erano atterrati nell’aeroporto di Tripoli, al momento sotto il controllo di una fazione armata “ribelle”. Nel 2011, prima che la coalizione multinazionale a guida Nato avviasse la campagna di bombardamento in Libia, l’emirato aveva fornito armi e munizioni alle milizie anti-Gheddafi. L’Aeronautica militare del Qatar ha successivamente partecipato ai bombardamenti grazie a 6 cacciabombardieri Mirage 2000 rischierati nella base greca di Souda Bay.