I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 22 giugno 2016

Storia di un ponte senza ponte


Il ponte non c'è mai stato e probabilmente non ci sarà. C'è invece una “narrazione” del ponte, un modello culturale che si vuole imporre. Fatto di drenaggio di risorse pubbliche in favore di interessi privati, di esautoramento delle volontà locali e di devastazione ambientale. Intervista ad Antonio Mazzeo e Luigi Sturniolo di Pippo Gurrieri.


Qual è lo stato attuale della questione ponte? Può definirsi chiusa o solo sospesa? Sono prevedibili scenari futuri, anche alla luce dell'ambiguità del governo Renzi e degli annunci di Alfano e Patuelli?

Il Ponte non c'è mai stato, non c'è, né ci sarà. Esiste invece una “narrazione” del Ponte, quella sì che continua ad esistere, strumentalmente riesumata, una volta dalle imprese General contractor (contraenti), un'altra da qualche soggetto politico.

Il fine rimane l'imporre il modello “culturale” dominante delle Grandi Opere, la depauperazione delle sempre più ridotte risorse pubbliche a favore degli interessi dei grandi gruppi economico-finanziari privati, l'esautoramento delle volontà popolari locali e dei soggetti amministrativi che dovrebbero governare i territori, il saccheggio urbanistico e la devastazione ambientale.
Per ritentare la narrazione del Ponte c'è chi sfrutta ovviamente la crisi socio-economica (quella generata dal modello neoliberista imperante), gli alti tassi di disoccupazione generale, la precarietà delle vite di milioni di persone, il falso spauracchio delle “penali” (si arriva a parlare perfino di un miliardo di euro che lo Stato dovrebbe rimborsare al pool di società vincitrici della gara per la progettazione ed esecuzione dell'ecomostro sullo Stretto). Si tace, invece, sul fatto che la politica delle Grandi Opere è caratterizzata in larga misura da progetti senza opera, senza cantieri, senza lavoratori.
Sulle “penali” abbiamo ripetuto per anni che sarebbe stato doveroso porre nelle sedi istituzionali la questione della loro legittimità. Comunque ricordiamo che esse potevano essere prese in considerazione solo dopo l'approvazione da parte del CIPE (comitato interministeriale per la programmazione economica) del progetto definitivo ed esecutivo del Ponte. Evento, che sino ad oggi non risulta essersi mai verificato.

Resta comunque forte il rischio che si possa dare il via al Ponte senza Ponte, dirottando l'ammontare delle presunte “penali” per la realizzazione della sterminata lista di opere pseudo-compensative che amministratori, studi di progettazione e potentati economici locali hanno strappato in cambio del loro sì o dei loro “nì” alla costruzione del manufatto. Una lista che di tanto in tanto ritorna in vita anche per bocca di alcuni di quei soggetti che sono stati attivi nel movimento No Ponte. Pensiamo, ad esempio, all'amministrazione comunale di Messina del sindaco Renato Accorinti che ha ottenuto l'inserimento nel cosiddetto Masterplan della città metropolitana (l'ennesima lista di opere in buona parte inutili o altamente impattanti per l'ambiente e il territorio che sono riproposte ad ogni buona occasione per strappare consensi o fomentare clientele) del Piano di “riqualificazione” dell'area di Capo Peloro, un progetto risalente al 1999, funzionale alla cementificazione della fragile costa e alla privatizzazione delle spiagge, realizzato dallo studio di cui è co-titolare l'odierno assessore all'Urbanistica e ai lavori pubblici, l'ingegnere Sergio de Cola, e che era stato inserito dal General contractor tra le opere da realizzare con i fondi compensativi e che successivamente, la stessa amministrazione Accorinti “No Ponte” aveva chiesto di finanziare attingendo alle (ex) risorse pro-Ponte.

Le vicende relative alla “narrazione” delle penali e alla stessa regolarità della gara per l'identificazione del General contractor sono piene di ambiguità, colpi di scena, eventi su cui avrebbe fatto bene ad indagare la stessa autorità giudiziaria. In passato abbiamo ricostruito le innumerevoli zone d'ombra di quella che continuiamo a ritenere una delle opere “immaginarie” su cui la borghesia mafiosa locale e internazionale ha più puntato.

Recentemente si è tornato a parlare del pressing che le grandi società di costruzione hanno esercitato sul governo e il parlamento per capitalizzare perlomeno le risorse fittiziamente destinate alle “penali”. La Procura di Reggio Calabria, nel corso di un'indagine, ha acquisito i tabulati delle telefonate intercettate alla fine del 2012 alla storica portavoce dell'ex ministro Maroni, odierno presidente della regione Lombardia, nelle quali l'amministratore delegato del gruppo Salini, oggi al controllo del colosso Impregilo, chiedeva con insistenza che la Lega impedisse l'approvazione del decreto Monti che “riduceva” l'ammontare delle penali al mero pagamento dei costi reali di progettazione.

Come si è giunti all'attuale situazione? È stata tutta “colpa” delle lotte o anche della situazione economica in cui si dibatte l'Italia?

Sarebbe del tutto storicamente ingiusto e ingeneroso non riconoscere il ruolo, la determinazione, la forza e le capacità di mobilitazione e analisi del Movimento No Ponte e come le sue campagne di lotta siano state determinanti per “chiudere” almeno sino ad oggi la partita sul Mostro dello Stretto.
Certo, l'esplosione della crisi, congiuntamente ad altri eventi che hanno segnato la recente visita economica nazionale e internazionale (le politiche di aggiustamento strutturale Ue, le dimensioni del debito pubblico, le distorsioni anche criminali generate dalle Grandi Opere e dallo stesso modello di project financing e intervento dei “privati”, ecc.) hanno contribuito alla sconfitta del pensiero unico del Ponte. In particolare, è risultato sempre più indifendibile il Piano Finanziario del Ponte, basato su previsioni di attraversamento clamorosamente contraddette dall'esperienza empirica.
Crediamo, comunque, che vada difesa sino in fondo la straordinaria esperienza messa in campo per oltre 15 anni dalle variegate realtà che hanno contribuito al Movimento. Forse, oggi, col senno del poi, potremmo affermare di aver sopravvalutato i rapporti di forza all'interno delle diverse soggettività che hanno caratterizzato il fronte del No, anch'esso – come i movimenti che tradizionalmente si sono opposti in Italia alle Grandi Opere e ai processi di militarizzazione del territorio – contraddistinto dal pluralismo politico-sociale e di classe. Forse, cioè, abbiamo peccato nella convinzione che le ragioni nostre, quelle delle aree più radicali e antagoniste, fossero pienamente condivise finanche dalla borghesia locale “illuminata” schieratasi contro il Ponte. Si è trattato di un errore di valutazione che stiamo pagando pesantemente oggi con l'esperienza dell'amministrazione Accorinti a Messina, un'elezione avvenuta grazie alla lotta No Ponte ma senza le ragioni, la visione altra e i protagonisti veri della lotta No Ponte.

Parlaci della Società Stretti di Messina, per anni una centrale di potere e di propaganda pontista, ha divorato milioni (quanti?) e non ha prodotto nulla. Perché? Grazie a chi?

Sì la Società Stretto di Messina, per lunghi anni è stata allo stesso tempo divoratrice di ingentissime risorse finanziarie (oltre 300-350 milioni di euro sperperati per l'affidamento di studi di massima, più altri 8-9 milioni all'anno in stipendi e inutili uffici di rappresentanza), strumento di propaganda e imposizione del consenso, finanche cimitero degli elefanti per quei politici trombati da lunga data. Una società-affaire funzionale al capitale bancario e finanziario che controlla le grandi società di costruzioni e i cui consigli di amministrazione sono seme e frutto dei legami mai recisi tra politica e imprenditoria, con le conseguenze e le storture – vedi in particolare i capitoli relativi alla gestione delle risorse e delle spese – che abbiamo conosciuto e denunciato in tutti questi anni.

Com'è cominciata la lotta No Ponte; raccontaci alcuni momenti salienti.

Ricordiamo ancora, a metà anni '80 un primo incontro-dibattito promosso da Democrazia proletaria e dal Comitato Messinese per la pace e il disarmo unilaterale in cui un manipolo di attivisti e un paio di sociologi dell'Università di Messina espressero il proprio No incondizionato a un'opera-immagine che iniziava a fare da protagonista nel dibattito politico-amministrativo della città, con il consenso unanime delle forze politiche (PCI in testa), delle organizzazioni sindacali e dell'associazionismo in genere.

Bisognerà però attendere la seconda metà degli anni '90 perché il tema venisse seriamente discusso tra le aree di movimento, la sinistra radicale e le associazioni ambientaliste. Ovviamente quando l'utopia Ponte divenne il progetto centrale della borghesia imprenditoriale locale e interregionale, sostenuto da quasi tutti i partiti e dalle amministrazioni locali di centrodestra e centrosinistra e ben oleato e sponsorizzato dai quotidiani e dalle emittenti televisive locali (fino alla cooptazione del loro direttore alla guida della Società Stretto di Messina Spa), si iniziarono a sviluppare reti di confronto e dibattito tra le realtà che nelle due sponde dello Stretto iniziavano a prendere coscienza dell'insostenibilità socio-economica e ambientale del Ponte e del modello stesso delle Grandi opere sostenuto dal neoliberismo. Ambientalisti, centri sociali autogestiti, militanti No Global e No War, alcune mosche bianche delle Università calabresi e di Messina, il sindacalismo di base, i Verdi, prima alcuni iscritti poi tutto il Prc, collettivi di anarchici, ex occupanti delle Università contro i piani di privatizzazione del sapere, ecc., diedero vita a forme di coordinamento dal basso copromuovendo campagne di sensibilizzazione, le prime manifestazioni con cortei e i campeggi estivi No Ponte, certamente queste ultime tra le esperienze che più hanno contribuito alla crescita della mobilitazione generale e alla presa di coscienza di sempre più ampie fasce di popolazione locale.
Così sino all'affermazione - nei primi anni del 2000 - del Movimento No Ponte come uno dei soggetti politici più rilevanti nel panorama delle lotte dal basso, con capacità di mobilitazione e di consenso ormai sempre più rare nella recente storia del Sud Italia.

La svolta del Movimento avviene nel 2002. È l'anno del primo campeggio No Ponte. Ne seguiranno altri due, su entrambe le sponde, nei due anni successivi. I campeggi segnano il passaggio dal movimento d'opinione alla mobilitazione di piazza. Siamo negli anni di quello che viene definito movimento no global e a Messina si è reduci dalla mobilitazione contro l'attraversamento della città da parte dei Tir. La prima manifestazione, che si svolge al termine del primo campeggio, vede la partecipazione di centinaia di persone. Ne seguiranno tante altre, fino a culminare nel corteo del gennaio 2006, formato da circa 20.000 persone, con delegazioni provenienti da molte città italiane. Importante la presenza di 300 attivisti No Tav che aprono il corteo. Sono gli anni del massimo fulgore della Legge Obiettivo e l'analisi del movimento, che va ben al di là di una opposizione di carattere meramente ambientalista, è capace di dare una lettura politica della speculazione finanziaria e della trasformazione in senso autoritario dei meccanismi di realizzazione delle opere pubbliche.
L'ascesa al governo del centrosinistra e di Prodi mette il Ponte in stand-by. Sarà il nuovo governo Berlusconi a rilanciarne il progetto. Ripartono, quindi, nel 2009, le manifestazioni. L'ultima di queste, a ponte ormai bloccato, avrà come piattaforma il rifiuto del riconoscimento delle penali alla società Impregilo. Siamo, praticamente, alla fase attuale. Intanto la Rete No Ponte a Messina è diventata un'aggregazione politica che va oltre il tema della lotta contro il Mostro sullo Stretto e produce una generazione di giovani attivisti che saranno i protagonisti della nuova fase del Movimento. Di certo quella esperienza è alla base di quello che si muoverà poi intorno alla categoria dei beni comuni e avrà influenze importanti sull'esperienza elettorale di Renato Accorinti e Cambiamo Messina dal Basso.


Ci sono stati momenti in cui si profilava una sconfitta?

Siamo stati sempre consapevoli della disparità di forze in campo tra il Movimento No Ponte e i gruppi finanziari, bancari, industriali e politici che per decenni hanno rappresentato il fronte pontista, ma non crediamo che le preoccupazioni nostre fossero determinate dalla possibilità che alla fine l'Ecomostro dello Stretto venisse alla luce, quanto invece che si sarebbero potuto avviare le opere “propedeutiche” alla realizzazione dell'opera, o quelle ad esempio, cinicamente presentate come “compensative” delle amministrazioni locali, in concreto cioè le devastanti arterie stradali e ferroviarie di collegamento nel messinese e in Calabria, lo sventramento delle colline a monte, la movimentazione di milioni di metri cubi di terra, la cementificazione delle aree sopravvissute all'urbanizzazione selvaggia dei territori, ecc.

Stiamo parlando di quel Ponte senza Ponte che descrivevamo prima, in linea con il modello della progettazione per la progettazione che ha segnato la storia del manufatto-fantasma, prorogando all'infinito il saccheggio di enormi risorse pubbliche da parte dei Padrini del Ponte. Non abbiamo creduto cioè, mai, che il Ponte fosse realizzabile (per ovvi motivi di ordine strutturale-ingegneristico, economico, ecc.) ma abbiamo sempre temuto che i disegni e i progetti meramente speculativi e fortemente impattanti dal punto di vista sociale e ambientale che ruotano attorno al “Ponte” – mai contrastati del resto da quelle aree di borghesia “illuminata” che a parole si sono schierate contro – possano andare avanti ancora.

Qual è stato il rapporto tra movimento e popolazione (messinese, calabrese, siciliana)?

Il Movimento No Ponte ha avuto una dimensione consistente, ma non è mai diventato davvero popolare. Le manifestazioni calabresi sono state prevalentemente partecipate da attivisti. A Messina c'è stato un maggiore coinvolgimento della cittadinanza, ma questo ha riguardato soprattutto le fasce, prevalentemente giovanili, più scolarizzate, del centro cittadino e della zona di Torre Faro (dove era prevista la torre del lato messinese). Per quanto almeno la parte più radicale abbia provato a legare i temi sociali alla battaglia No Ponte, in realtà non si è mai riusciti a coinvolgere gli strati più poveri e le periferie. Da indagare sarà, soprattutto per le prossime esperienze delle lotte in difesa del territorio, la componente più nimby, che è stata di sicuro presente anche nell'esperienza messinese. Così come da indagare sarà il tema della difesa della proprietà dalla devastazione della grande opera. Solo dimostrando che la grande opera non è opera pubblica sarà possibile non cadere, cioè, nella contraddizione della difesa della villetta, magari del ricco locale, contro l'opera infrastrutturale.

Parlaci del ruolo di tecnici e scienziati nella costruzione dell'opposizione al Ponte

Come in qualsiasi relazione dialettica tra soggettività differenti (“esperti”, “tecnici” e “accademici” da una parte, attivisti e movimentisti dall'altra), le relazioni sono state complesse, talvolta tormentate (specie quando i primi tentavano di far pesare il loro ruolo nella fissazione degli obiettivi a breve e medio termine della mobilitazione o a proporsi loro stessi alla “guida” delle campagne), ma comunque alla fine determinanti per la crescita qualitativa delle analisi e delle ragioni del “No”. Certamente va riconosciuto ai “tecnici” un ruolo decisivo sul fronte più prettamente “formale” nel Movimento No Ponte, nella predisposizione ad esempio delle centinaia di osservazioni ingegneristiche, socioeconomiche, ambientali per sbugiardare la presunta sostenibilità del manufatto, dell'intero modello delle Grandi Opere e dello strumento del General contractor.
Tuttavia c'è un ruolo “scientifico” che va riconosciuto anche a soggettività più meramente movimentiste. Non è un caso che alcune delle pubblicazioni di tipo documentale-informativo e la predisposizione di archivi e siti internet specializzati, ampiamente utilizzati nelle campagne di controinformazione con la popolazione, siano stati autoprodotti da attivisti e magari pubblicati da case editrici di movimento (pensiamo ad esempio a Terrelibere.org e Sicilia Punto L degli anarchici ragusani). Nonostante cioè le ovvie tensioni, si sono creati circuiti di reciproca alimentazione tra “tecnici” e “attivisti”, che ha avuto effetti importanti anche dal punto di vista dell'uso e della contaminazione dei distinti linguaggi e, ovviamente, per l'esito delle campagne di lotta.

Come si è sviluppato il rapporto del movimento No Ponte con altre realtà di lotta sia in Sicilia sia “in continente”?

La presenza delle realtà politiche esterne all'area dello Stretto è stata decisiva soprattutto nella fase iniziale delle mobilitazioni. Senza la Rete del Sud Ribelle il primo campeggio non si sarebbe neanche svolto, ma anche successivamente gli attivisti esterni che hanno generosamente portato il loro contributo alla lotta (pensiamo ad esempio ai No Tav) sono stati importantissimi, sia nel numero che nelle sollecitazioni dal punto di vista dell'analisi. Migliaia di compagni hanno partecipato a campeggi e cortei. Alcune centinaia di questi sono tornati ripetutamente. Se un limite c'è stato, forse questo è consistito nel non essere riusciti ad approfittare di questa “occasione” per costruire una vera rete di realtà capace di una forte battaglia generale contro la Legge Obiettivo e la strategia delle Grandi Opere. Si fosse realizzata quella, forse saremmo stati in grado di reggere, poi, successivamente, anche all'avanzata dei processi di privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici locali.

Esistono ancora oggi le condizioni per una eventuale ripresa della mobilitazione?

A Ponte fermo è difficile ipotizzare una mobilitazione. Il tema delle penali è fondamentale, ma, evidentemente, non è capace di stimolare una larga partecipazione. Purtroppo, bisogna registrare che la diffusione della lotta continua ad essere più semplice quando il processo di devastazione del territorio appare più evidente, con l'apertura dei cantieri o la formalizzazione dei progetti. È di certo un limite dei movimenti non essere capaci di far capire quanto una politica delle infrastrutture che genera pochi cantieri e mobilita pochi lavoratori dilapidi in realtà ingenti quantità di denaro pubblico che andrebbero usate per opere prossime ai cittadini.

Sarà questa, noi riteniamo, la scommessa dei futuri movimenti territoriali.
Intervista a cura di Pippo Gurrieri, pubblicata in A Rivista Anarchica, n. 407, maggio 2016, http://arivista.org/?nr=407&pag=51.htm

lunedì 20 giugno 2016

La ministra Pinotti madrina dell’italica flotta del Qatar


In Afghanistan, Iraq, Siria e Libia a combattere il Califfo e intanto affari miliardari con i suoi emiri protettori. La diplomazia italiana conferma la sua vocazione a stringere le alleanze più controverse mentre le aziende leader del complesso militare-industriale firmano lucrosi contratti con il regime del Qatar. Lo scorso 16 giugno a Roma l’amministratore delegato del gruppo Fincantieri, Giuseppe Bono, ha sottoscritto un accordo del valore di 3,8 miliardi di euro con il Capo della Marina militare qatarina Mohammed Nasser Al Mohannadi per la fornitura di sette unità navali (quattro corvette, due pattugliatori OPV – Offshore Patrol Vessel e una nave appoggio anfibia LPD – Landing Platform Dock) che saranno realizzate a partire del 2018 nei cantieri navali liguri di Muggiano e Riva Trigoso. L’accordo prevede che la consegna delle navi da guerra sia completata in sei anni, ma le autorità del Qatar sperano di disporre di alcune di esse entro il 2022 per impiegarle per compiti di “sorveglianza e pattugliamento marittimo nelle acque territoriali e nella zona economica esclusiva” già in occasione dei campionati mondiali di calcio previsti nell’emirato.

Secondo quanto trapelato a Doha, le quattro corvette avranno una lunghezza superiore ai 100 metri e un peso di 3.000 tonnellate, mentre i due pattugliatori offshore saranno lunghi 50 metri e peseranno 700 tonnellate. La nave appoggio LPD sarà simile all’unità che Fincantieri ha consegnato nel 2014 all’Algeria, un’evoluzione tecnologica delle navi da sbarco e supporto logistico della classe “San Giusto” in dotazione della Marina militare italiana (143 metri di lunghezza, 21,5 metri di larghezza e un dislocamento a pieno carico di 8.800 tonnellate). Oltre alla costruzione, Fincantieri garantirà il supporto logistico delle imbarcazioni in Qatar per 15 anni.

Buona parte dei sistemi di combattimento e i sensori di bordo saranno forniti dalle aziende controllate dalla holding Leonardo-Finmeccanica. Nello specifico, saranno consegnati i sistemi d’arma di medio calibro da 76/62 mm e di piccolo calibro da 30 mm (Oto Melara), i radar multifunzionali di Selex Es già in dotazione alle fregate di ultima generazione FREMM, il sistema di protezione antisiluro, il mine avoidance sonar “Thesan” e le dotazioni missilistiche per un importo complessivo di un miliardo di euro (i missili antinave Exocet, i missili superficie-aria a corto raggio Mistral e anti-missili balistici Aster 30 Block 1, prodotti dal gruppo italo-francese MBDA di cui Finmeccanica possiede il 25% del pacchetto azionario). Il programma con la Marina militare del Qatar comprenderà anche le attività di formazione, la fornitura di stazioni di test e le strutture per la manutenzione, così come il supporto logistico integrato.

”L’accordo siglato testimonia il grande impegno delle istituzioni ed in particolare del ministro della Difesa Roberta Pinotti e rafforza la collaborazione con Fincantieri, segnando una considerevole affermazione del nostro sistema Paese”, ha dichiarato l’amministratore delegato e direttore generale di Leonardo-Finmeccanica, Mauro Moretti. “La nostra società collabora da oltre 20 anni con il Qatar, a cui ha fornito il sistema di controllo e gestione del traffico aereo del nuovo aeroporto internazionale di Doha, elicotteri sia per applicazioni civili sia militari, sistemi di difesa per la sicurezza delle acque territoriali. Recentemente, inoltre, è diventato esecutivo il contratto firmato nel 2015 per la fornitura alle Forze armate del Qatar del sistema radar per la sorveglianza e la difesa aerea”. Il 30 marzo scorso, inoltre, la controllata MBDA ha firmato un protocollo d’intesa per la fornitura di un nuovo sistema di difesa costiera alla Qatar Emiri Naval Force, del valore di 640 milioni di euro. Nello specifico saranno fornite due diverse dotazioni missilistiche, l’Exocet MM40 Block 3 ed il Marte ER (Extended Range), che  funzioneranno in modo autonomo con un proprio radar o, in alternativa, interfacciandosi ad una più ampia rete di sorveglianza, ingaggiando bersagli navali di dimensioni diverse fino a 180 chilometri di distanza nelle acque del Golfo Persico.

La megacommessa navale con Fincantieri-Finmeccanica è stata formalizzata in occasione dell’incontro ufficiale tra i ministri della difesa di Italia e Qatar, Roberta Pinotti e Khalid bin Mohammed Al Attiyah, in cui è stato sottoscritto un Memorandum of Understanding per la reciproca cooperazione nel settore navale. Nel luglio 2015, i ministri Pinotti e Khalid bin Mohammad al-Attyah avevano pure firmato un accordo di cooperazione, formazione e addestramento nel campo del trasporto aereo, marittimo ed elicotteristico, a sua volta inserito nel più ampio quadro del trattato bilaterale di “Cooperazione nel Settore della Difesa” tra Italia e Qatar, siglato nel maggio 2010 ed entrato in vigore nel febbraio 2014.
“La cooperazione nel settore della Difesa con il Qatar è molto forte già da diversi anni e la firma dell’accordo di oggi rafforza ancor di più una collaborazione che riteniamo molto importante e strategica”, ha dichiarato la ministra Pinotti. “La fiducia e la stima che si è instaurata tra i rappresentanti istituzionali nel mondo della Difesa, ai diversi livelli, è legata alla sempre massima lealtà con la quale sono stati avviati e perseguiti obiettivi comuni. L’Italia è un paese che nel settore delle costruzioni navali ha maturato negli anni una profonda esperienza e competenza, sia dal lato militare che industriale. È un grande onore e privilegio poter mettere a disposizione del Qatar le nostre professionalità tecniche e militari e poter condividere  le avanzate tecnologie sviluppate. L’accordo appena stipulato con Fincantieri creerà numerosi posti di lavoro e questo non può che far bene all’intero sistema Paese”.
La fornitura bellica a favore di uno degli Stati arabi più compromessi nel finanziamento e nel sostegno delle fazioni terroristiche internazionali filo-ISIS è stata apprezzata pure da alcune organizzazioni sindacali. “Con questa ulteriore acquisizione in Qatar, Fincantieri porta il carico di lavoro oltre i 20 miliardi, garantendo una continuità produttiva e occupazionale che andrà oltre i sei-sette anni”, ha dichiarato il segretario generale di Uilm Genova, Antonio Apa. “Questa è la dimostrazione coesa della capacità del gruppo dirigente e delle maestranze che hanno sconfitto l’agguerrita concorrenza francese di Dcns e Thales ed è la prova evidente di una società che ha diversificato le sue attività in più settori, affermandosi nel mondo con un prodotto ad alto valore aggiunto dove c’è il meglio del Made in Italy. Fincantieri, oltre a confermare il riferimento nel settore delle navi da crociera, si pone all’avanguardia e crea le premesse per avere un ruolo da leadership anche nel settore militare. A Bono ed al ministro Pinotti va il riconoscimento della Uilm per il lavoro svolto nell’interesse del Sistema Paese”. Anche il sindacato, con Renzi, Pinotti e Confindustria va alla guerra del Califfo.

mercoledì 15 giugno 2016

L’Italia alla guerra in Siria a fianco di Erdogan


Operazione top secret dell’Esercito italiano al confine turco-siriano. Il 6 giugno, una batteria di missili terra-aria SAMP/T e una trentina di militari italiani sono stati schierati nella zona di Kahramanras, a nord di Gaziantep (Turchia meridionale), nell’ambito dell’impegno assunto dalla NATO a protezione dello spazio aereo turco dal “rischio di sconfinamenti provenienti dalla Siria”. La notizia è stata pubblicata dai maggiori quotidiani turchi e dall’agenzia di Stato “Anadolu”. I mezzi militari italiani sono sbarcati nel porto di Iskenderun per dirigersi poi nella zona di Kahramanras, nei pressi del confine siriano. Sempre secondo i media turchi, il sistema missilistico messo a disposizione dal nostro paese “avrà esclusivamente il compito di contrastare aerei, missili da crociera e tattici e non sarà impiegato nell’imposizione di una no-fly zone”.

La batteria SAMP/T sostituirà il sistema “Patriot” che le forze armate della Germania avevano schierato a sud della Turchia circa tre anni fa. La decisione del cambio negli assetti missilistici NATO a “protezione” delle forze armate di Erdogan che operano al confine e in territorio siriano è stata assunta all’ultimo vertice dei ministri degli esteri dei paesi del’Alleanza tenutosi a Bruxelles. Oltre alla batteria dei SAMP/T italiani, a luglio la NATO fornirà alla Turchia il supporto di un altro velivolo radar AWACS (Airborne Warning and Control System).

Il sistema antiaereo e antimissile a medio raggio SAMP/T è stato sviluppato dal consorzio europeo “Eurosam” formato dalle aziende MBDA Italia (gruppo Leonardo-Finmeccanica) e Thales (Francia). Basato sul missile intercettore “Aster 30” con un raggio sino a 100 km e una velocità massima di 1.400 m/s, il nuovo sistema sarebbe in grado di intercettare e abbattere anche in maniera del tutta automatica aerei, elicotteri, droni, missili di crociera, missili teleguidati, ecc.. Ogni batteria SAMP/T è costituita da lanciatori con un numero variabile di missili da 8 a 48 che possono ingaggiare fino a 10 bersagli contemporaneamente. Il costo del sistema è elevatissimo: nel 2008 l’Esercito italiano, dopo i test effettuati in Francia e nel poligono di Salto di Quirra in Sardegna ha deciso di acquistare 6 batterie di lanciatori con una prima tranche di spesa di 246,1 milioni di euro.

Il trasferimento in Turchia di una batteria missilistica SAMP/T del 4° reggimento artiglieria contraerea “Peschiera” era stato anticipato il 18 maggio scorso da un articolo di Analisi Difesa che analizzava il decreto di rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero. In esso, infatti, era stato previsto uno stanziamento di 7 milioni di euro per la partecipazione all’operazione NATO “Active Fence” al confine turco-siriano. La missione italiana nell’ambito di “Acrive Fence” era stata confermata il 7 giugno in Parlamento dai ministri Roberta Pinotti e Paolo Gentiloni, ma senza che ne fossero specificate le modalità o i tempi.

“La nuova missione militare, oltre alle implicazioni legate al conflitto siriano, non può non venire contestualizzata nella crescenti tensioni tra NATO e Russia”, scrive l’analista Gianandrea Gaiani. “La batteria missilistica è infatti schierata a due passi da un’area conflittuale complessa dove le truppe turche colpiscono in Siria le milizie dello Stato Islamico e quelle curde, sostengono altre milizie islamiste come quelle di al-Qaeda (Fronte al-Nusra) e combattono sul territorio turco e in Iraq le forze curde del PKK”.
“Alla luce di queste valutazioni stupisce l’assenza di un dibattito politico in Italia circa l’opportunità o meno di inviare nostre truppe e mezzi in quell’area con un compito che rischia di coinvolgerci nel confronto in atto tra Ankara e l’asse Damasco/Mosca”, aggiunge Gaiani. “Difficile non notare che dopo l’abbattimento da parte di un F-16 turco di un bombardiere russo il 24 novembre scorso, tutti i partner NATO hanno ritirato le loro batterie di missili terra-aria dal sud della Turchia mentre gli italiani si schierano in quella polveriera nel momento in cui diversi alleati (statunitensi in testa) sembrano voler soffiare sul fuoco di una nuova guerra fredda”. Ma, si sa, Renzi, Pinotti e Gentioni non brillano certamente per lungimiranza politica e militare…

giovedì 9 giugno 2016

Servizi pro-rifugiati a Messina. La grande abbuffata


Tutti insieme amorevolmente. Un mixer di buone, meno buone e cattive pratiche di assistenza e sostegno sociale. La maxicoop lucana onnipresente in mezza Italia nella gestione dell’affaire migranti e le piccole cooperative locali riconvertitesi alle emergenze accoglienza. Sacerdoti e operatori della solidarietà vera, imprenditori, agenti immobiliari d’assalto e ipercommercianti con vocazioni transnazionali. Stimati professionisti che dedicano il loro tempo libero al volontariato e meri tecnocrati professionisti del “volontariato”. Avvocati e difensori dei diritti umani e sperimentatori delle moderne pratiche di confinamento, semidetenzione e annullamento di identità e soggettività personali. Associazioni culturali rosse, coop bianche rosa e grigie, alcuni duri e puri e molti altri sin troppo flessibili ed elastici.

Messina, una città che sa affaire accoglienza

Con la sapiente regia dell’amministrazione comunale di Messina, sindaco il pacifista e nonviolento Renato Accorinti, gli attori economici e sociali più diversi si sono uniti per implementare un ambizioso e costosissimo programma di  accoglienza “diffusa” dei richiedenti e dei titolari di protezione internazionale e umanitaria. Il 30 maggio scorso, il ministro degli Interni Angelino Alfano ha firmato il decreto di finanziamento per il biennio 2016-2017 dei progetti presentati dagli enti locali per la realizzazione dei servizi Sprar a favore dei richiedenti asilo e rifugiati. Al 5° posto in graduatoria nazionale per gli interventi di accoglienza integrata di persone con necessità di assistenza sanitaria, sociale e domiciliare, specialistica e/o prolungata, c’è il progetto presentato dal Comune di Messina e dai suoi partner operativi. Alla città dello Stretto, il ministero ha assegnato risorse finanziarie pari a 947.715,18 euro per l’anno 2016 e 1.616.430,10 euro per il 2017 che consentiranno di ospitare 71 rifugiati (15 persone singole di sesso maschile, 15 di sesso femminile e 41 membri di nuclei familiari monoparentali). L’ente locale contribuirà alle spese con appena il 5% del costo totale del programma, grazie alla valorizzazione monetaria della collaborazione di alcuni funzionari e dipendenti comunali. Grazie al decreto Alfano, l’accoglienza e le retribuzioni del personale possono essere coperti già a partire del 1° giugno 2016.

“I servizi offerti dal progetto si rivolgono a soggetti vulnerabili (donne sole e con bambini, vittime di tratta, di torture, anziani, persone con disabilità) e assicurano, oltre all’accoglienza materiale, mediazione linguistica e culturale, orientamento e accesso ai servizi territoriali, formazione e riqualificazione professionale, accompagnamento all’inserimento lavorativo, abitativo e sociale, alla tutela legale e psico-socio-sanitaria”, spiega l’assessora comunale ai servizi sociali, Antonina Santisi, dirigente psicologa e responsabile dell’Unità operativa formazione dell’Azienda sanitaria provinciale ASP di Messina. “La particolare soddisfazione dell’Amministrazione sta nell’aver condiviso con il terzo settore un’intensa attività di coprogettazione e nell’aver dimostrato che si lavora anche oltre l’emergenza. L’impegno del Comune in tema di migranti, non è riconoscibile solo nella gestione dell’emergenza sbarchi, ma anche nella promozione e sviluppo di un sistema di accoglienza diffusa e di interventi centrati sull’esercizio dei diritti di cittadinanza dei migranti, attraverso processi reali di inclusione”.

Il Comune di Messina ha concorso al bando indetto il 7 ottobre 2015 dal Ministero dell’Interno, previa una determinazione dirigenziale del successivo 14 dicembre che approvava l’avviso pubblico di manifestazione d’interesse per la selezione dei partner per la coprogettazione, l’organizzazione e la gestione dei servizi d’accoglienza, a cui seguì una seconda determina del 23 dicembre che differiva il termine di scadenza per la presentazione dei progetti al 12 gennaio 2016. Requisito chiave per partecipare al bando del Comune, il “possesso di esperienza pluriennale e consecutiva nella presa in carico di richiedenti/titolari di protezione internazionale, comprovata da attività e servizi in essere al momento della presentazione di richiesta di adesione”. Da quanto si evince dal testo della delibera n. 74 della Giunta comunale dell’11 febbraio 2016, il servizio di coprogettazione “è stato aggiudicato congiuntamente con determina dirigenziale n. 21 nella giornata dell’11 febbraio 2015 (certamente un refuso) alle cooperative sociali “Progetti Alternativi Pro Alter 2000” e “Santa Maria della Strada” di Messina e “Senis Hospes” di Senise (Potenza)”. Nella stessa seduta, la Giunta approvava all’unanimità il testo del progetto predisposto dal personale dell’assessorato ai servizi sociali e delle cooperative aggiudicatarie e nominava responsabile del programma presso l’ente locale il dirigente pro-tempore del Dipartimento delle politiche sociali, Domenico Zaccone e, in qualità di “referente per la proposta progettuale”, il funzionario comunale Giuseppe Di Leo.

“Il progetto conterà su un’articolata rete territoriale di riferimento”, si legge nel testo approvato e finanziato. Grazie a specifici protocolli d’intesa, sono numerosi e diversissimi per funzioni e mission, i soggetti che hanno formalizzato la loro adesione al programma Sprar. L’elenco comprende la Caritas Diocesana di Messina; l’associazione “Terra di Gesù” (presieduta dal cardiologo Francesco Certo); il CPIA – Centro Permanente Istruzione Adulti; l’Istituto di Istruzione Superiore “Antonello da Messina”; l’associazione “Altro Domani” di Francavilla di Sicilia (aderente al Consorzio Sol.Co. - Rete di imprese sociali siciliane, rappresentante legale Giuseppe Silvestro, educatore professionale e coordinatore del Centro per minori stranieri non accompagnati “Casa Ahmed” di Messina, mentre la moglie Annalisa Pino è responsabile dell’area psicologica dell’associazione, nonché psicologa presso lo stesso centro per minori); la Società cooperativa sociale “Vivere” di Messina; l’associazione di solidarietà familiare “Evaluna” (rappresentante legale Concetta Restuccia);  l’associazione “Penelope” (presidente Giuseppe Bucalo, noto rappresentante dell’Antipsichiatria italiana); la Confesercenti provinciale di Messina (presidente Alberto Palella); l’associazione ANOLF Cisl (copresidenti Carlo Mastroeni e Yussef Zahar); l’Associazione nazionale agenti e mediatori d’affari A.N.A.M.A. (presidente Paolo Bellini, già consigliere d’amministrazione della Pirelli Real Estate, oggi presidente del Gruppo Bellini Srl di Rovigo, strategic advisor del Gruppo Gabetti Property Solutions, consulente Real Estate per SKY TV – Gruppo Murdoch e presidente onorario di Italian Russian Association; coordinatore locale Sergio Squillacioti); Legacoop Messina (presidente Maria Debora Colicchia, psicologa presso la cooperativa “Azione sociale”); i Giovani Musulmani di Barcellona Pozzo di Gotto; il Circolo Arci “Thomas Sankara” (presidente Patrizia Maiorana); il Laboratorio Psicoanalitico  “Vicolo Cicala” (presidente Diletta La Torre, professoressa associata di Psichiatria nell’Università degli Studi di Messina e dirigente medico presso la UOC di Psichiatria del Policlinico Universitario).

Certe buone pratiche della solidarietà peloritana

Diversi se non contrastanti i profili e i curricula delle cooperative sociali chiamate a organizzare e gestire i servizi del nuovo Sprar di Messina. “Pro Alter 2000 è una cooperativa sociale a scopo plurimo costituita nel rispetto dell’art. 1 della legge 381/91, nata grazie anche al sostegno dell’associazione per la promozione della salute mentale Pegaso Onlus”, si legge nel sito internet istituzionale, ancora in costruzione. “La cooperativa intende svolgere servizi alla persona e agevolare l’inserimento lavorativo dei soci svantaggiati nei settori economici, con particolare riguardo alle nuove tecnologie informatiche (inserimento dati per le pubbliche amministrazioni, siti e pagine web, ecc.), traduzione di testi in lingua inglese e francese, servizi di manutenzione, di pulizia e factoring, gestione di spiagge attrezzate, aree verdi, servizi di animazione sociale, accompagnamento al lavoro, sportelli informativi, avvio d’impresa, ecc.”. Nessuna informazione viene resa sulle esperienze pregresse della cooperativa. In tema accoglienza migranti pare che “Pro Alter 2000” stia operando attualmente in Calabria; è certo invece che essa ricopre il ruolo di ente gestore dello Sprar di Montalbano Elicona (22 richiedenti asilo) e di quello di Villa Lina, Messina (15 posti assegnati più 6 aggiuntivi, costo complessivo 965.000 euro per il triennio 2014-16). Quando due anni fa gli amministratori peloritani scelsero la coop per la coprogettazione, l’organizzazione e la gestione del programma di accoglienza integrata in un ex asilo di proprietà comunale a Villa Lina, fu espressa più di una critica da parte degli oppositori in consiglio comunale. “L’amministrazione si premurò di bandire la ricerca di un partner sette giorni il termine di scadenza del bando del Ministero”, denunciò il capogruppo del Pdl, Giuseppe Trischitta. “Si presentò un solo concorrente, la cooperativa sociale Pro Alter 2000, presieduta dalla dott.ssa Stefania Flavia Cucinotta e la commissione giudicatrice venne nominata un’ora prima dell’apertura delle buste. In verità, gli operatori hanno svolto sino ad oggi il proprio lavoro con efficienza e devozione, nonostante i gravi ritardi del Comune nella devoluzione delle risorse finanziarie già versate dal Ministero, ritardi “giustificati” dalla non approvazione dei bilanci annuali dell’ente locale.

Di dichiarata matrice cattolica la seconda cooperativa sociale messinese chiamata a co-gestire il programma di accoglienza richiedenti asilo. “Santa Maria della Strada” ha sede a Galati S. Anna (Messina) ed è rappresentata legalmente da padre Francesco Pati, responsabile diocesano dei centri di accoglienza, mentre il responsabile operativo del progetto Sprar è Salvatore Gulletta. Costituita nel 1991, dal maggio 1997 la coop è iscritta al Registro regionale delle organizzazioni di volontariato e aderisce al  C.N.C.A. (Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza). Nonostante abbia prestato e presti servizi di assistenza e reinserimento a favore di migranti in stato di disagio, “Santa Maria della Strada” non vanta un’esperienza diretta nel campo dell’accoglienza integrata di richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale. Solo nel biennio 2010-11, in partnership con le associazioni di volontariato “Una Famiglia per Amico” e “AllPeople Onlus”, le cooperative sociali “Azione Sociale”, “Nuova Presenza” e “Lilium”, il Circolo Arci “Thomas Sankara” e il Consorzio sociale “Sol. Calatino”, ha partecipato alla gestione del progetto di pronta accoglienza dei minori stranieri non accompagnati che l’Amministrazione comunale di Messina ebbe finanziato dal Ministero del Lavoro e Politiche Sociali (importo 388.880 euro).

Di contro, con  l’apporto finanziario e  collaborativo della Caritas Diocesana di Messina, delle Suore Francescane dei Poveri e delle Suore Cappuccine del Sacro Cuore, la cooperativa “Santa Maria della Strada” coordina nel messinese diversi progetti individualizzati e di habitat sociale per soggetti con grave disabilità psichica e gestisce due comunità alloggio per minori (nell’isola di Panarea e a Roccalumera), una casa per anziani (sempre a Roccalumera), due strutture per adulti sottoposti a misure alternative al carcere (a Mili Superiore e Graniti), una casa di prima accoglienza notturna per persone in stato di povertà estrema e senza dimora e immigrati (Messina), un centro di accoglienza per gestanti, ragazze madri e donne in difficoltà (Giampilieri Marina), il centro diurno – help center presso la Stazione Centrale di Messina che accoglie persone in condizioni di disagio.

Alla cooperativa di padre Pati e alla Caritas, il Comune di Messina ha affidato la gestione di un dormitorio destinato alle persone senza dimora, con una ventina posti letto (la “Casa di Vincenzo”), istituito nei locali degli ex Magazzini Generali con delibera della Giunta municipale del 3 dicembre 2013 e la spesa di circa 23.000 euro per i lavori di ristrutturazione. Inaugurata nel febbraio 2014, la “Casa di Vincenzo” è stata chiusa nel novembre 2015 a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie in cui versava e da allora, nonostante gli impegni più volte assunti dal sindaco Accorinti e dall’assessora Santisi, non è stata più riaperta. Per la cronaca, l’uso dei locali degli ex Magazzini Generali era stato offerto dal Comune alle autorità di pubblica sicurezza e alla Prefettura di Messina per le operazioni post-sbarco dei migranti in occasione di uno specifico tavolo tecnico tenutosi il 21 gennaio 2015 (presenti l’assessore-ingegnere all’urbanistica Sergio De Cola e il dirigente tecnico del Comune, Antonio Cardia). Fortunatamente le autorità governative respinsero la proposta per “l’impossibilità da parte delle forze dell’ordine di garantire la sicurezza durante gli eventuali spostamenti al di fuori dell’area portuale”.

La malaccoglienza in salsa lucana

Ben più blasonata nel settore migranti è invece la cooperativa “Senis Hospes” di Potenza, rappresentata per il nuovo progetto Sprar a Messina da Andreana Ninotta, al contempo addetta alla segreteria di “Casa Ahmed”, la struttura ad “alta specializzazione” per l’accoglienza di minori stranieri non accompagnati autorizzata con decreto della regione Siciliana n. 3064 del 26 novembre 2015. Iscritta alla Camera di Commercio dal 2008 come cooperativa “senza fini di lucro” per l’inserimento sociale di chiunque si trovi in stato di bisogno, “Senis Hospes” offre attualmente ospitalità a oltre 6.000 migranti in qualità di gestore o co-gestore di Centri accoglienza per richiedenti asilo – CARA (come quelli di Manfredonia, Foggia per 670 posti e Mineo, Catania, la struttura più grande d’Europa, con 3.500-4.000 profughi), Centri di prima accoglienza CPA (Bisceglie, Sogliano Cavour e Taranto in Puglia; Petacciato, Campobasso e Nettuno e Santa Fumia in provincia di Roma) e una decina di strutture Sprar sparse in tutto il territorio nazionale.

Le strutture organizzative e il personale di “Senis Hospes operano in strettissima relazione con il gruppo La Cascina, vera e propria holding in Italia nel settore della ristorazione, della fornitura pasti a enti pubblici e privati e della gestione di mense scolastiche, universitarie e ospedaliere, sotto il ferreo controllo di Comunione e Liberazione. Camillo Aceto, ad esempio, amministratore delegato di “Senis Hospes” è stato sino a qualche tempo fa – contestualmente - vicepresidente della Cascina. A Messina sia La Cascina che la cooperativa potentina sono rappresentate dall’imprenditore Benedetto Bonaffini, interlocutore di fiducia della Prefettura e dell’amministrazione comunale per l’accoglienza di migranti e minori stranieri non accompagnati, già co-titolare della società di ristorazione Zilch Spa e - sempre in Sicilia - di alcuni esercizi in franchising delle catene Spizzico e Burgher King (gruppo Autogrill-Benetton). Bonaffini è pure membro della Giunta direttiva della Federazione italiana esercenti pubblici e turistici (Fiept) ed ha ricoperto sino a qualche tempo fa l’incarico di presidente di Confesercenti Messina. A Bari, invece, “Senis Hospes” condivide la sede amministrativa con la cooperativa “Solidarietà e Lavoro” del gruppo La Cascina.

La cooperativa sociale di Senise ha sottoscritto inoltre con la “Tre Fontane” (altra società del gruppo La Cascina) le convenzioni per la gestione a Roma di una quindicina di strutture per migranti e - sempre in raggruppamento temporaneo con “Tre Fontane” - è in gara per ottenere le 26 strutture d’accoglienza messe a bando dalla Prefettura capitolina. Qualche settimana fa, “Tre Fontane” e “Senis Hospes” si sono aggiudicate anche il 2° lotto della gara per ospitare 500 richiedenti asilo in alcune ex caserme dell’esercito tra Prandina e Bagnoli (Padova), ma la gara è stata annullata dalla Prefettura dopo un ricorso di alcune cooperative escluse. Le due coop sono in corsa anche per accaparrarsi alcuni grandi centri d’accoglienza in Sardegna, come ad esempio a Sassari, dove hanno ottenuto il secondo posto in graduatoria per l’ospitalità di 1.650 persone. “Senis” ha fatto ancora meglio a Quartu Sant’Elena, dove in Ati con “Domus Caritatis Soc. Coop. Sociale” di Roma ha ottenuto l’affidamento di una struttura per 60 ospiti. Il duo “Senis-Domus Caritatis” potrebbe pure ottenere in gestione l’ex convento delle suore di Maria Bambina a Onè di Fonte, piccolo comune del trevigiano con duemila abitanti, per “accogliere” 228 migranti.

“Senis Hospes” ha piantato da tempo profonde radici pure a Messina per attingere al multimilionario business dei richiedenti asilo. In associazione temporanea con “Cascina Global Service” (gruppo La Cascina) e Consorzio Sol.Co., la coop sociale ha avuto il merito di inaugurare e gestire per lungo tempo le due strutture-lager istituite in città dalla Prefettura dall’autunno 2013, la famigerata tendopoli di contrada Conca d’oro, Annunziata (all’interno di un centro sportivo dell’Università degli studi) e l’ex caserma “Gasparro” di Bisconte, abilitate a “ospitare” complessivamente sino a 420 persone.

Sulla base dei dati forniti dalla stessa Prefettura, è stato possibile quantificare nel biennio 2013-2014, il trasferimento a favore di Senis Hospes, Cascina e Sol.Co., di risorse finanziarie statali per 2.654.633,19 euro. La malaccoglienza nella tendopoli dell’Annunziata e nell’ex caserma “Gasparro” di Senis & socie è proseguita sino al maggio 2015; da allora la gestione dei due centri di “primissima accoglienza” è stata affidata alle semisconosciute cooperative “Arca” e “Medical” di Trapani che hanno presentato un’offerta più vantaggiosa di 23,98 euro al giorno per migrante. Al bando 2016, “Senis Hospes” si è presentata in associazione con la romana “Domus Caritatis”. L’esito della gara è atteso da un momento all’altro; chi vincerà si troverà in mano l’ultimo “regalo” sicuritario del governo Renzi-Alfano: la promozione di Bisconte a centro hub dove potranno essere stipati per periodi medio-lunghi più di un migliaio di “ospiti” e, sempre più probabilmente, a vero e proprio hotspot Frontex/Ue per le identificazioni forzate, lo screening e le deportazioni-espulsioni dei migranti e richiedenti asilo indesiderati.

Dal novembre 2014, inoltre, grazie ad una convenzione emergenziale stipulata con la Prefettura prima, con il Comune un anno dopo, “Senis Hospes” opera come ente gestore del Centro per la prima accoglienza dei minori stranieri non accompagnati “Casa Ahmed”, realizzato nei locali dell’ex Ipab – Fondazione Conservatori Riuniti di Messina e autorizzato conta legem ad assistere contemporaneamente oltre 200 adolescenti.

Da Bari a Mineo, gli affari sospetti degli specialisti dell’asilo negato

Purtroppo, né la Prefettura né gli amministratori locali hanno mai provato imbarazzo ad affidare la gestione di buona parte del business accoglienza ad entità o soggetti finiti più di una volta nelle cronache giudiziarie. Camillo Aceto che in qualità di presidente di “Senis Hospes” ha firmato il 26 novembre 2015 la nuova convenzione di “Casa Ahmed” con il Comune di Messina è stato raggiunto un paio di mesi fa da un avviso di garanzia emesso dalla Procura della repubblica di Bari che gli contesta il reato di frode in pubbliche forniture, insieme ad altri tre noti imprenditori dell’accoglienza, relativamente alla gestione di uno dei centri semidetentivi più tristemente noti in Italia, il CARA di Bari Palese. Secondo gli inquirenti, i responsabili dell’ente gestore che per tre anni si è occupato del centro (la cooperativa “Auxilium” di Senise), avrebbero fatto lievitare a dismisura i costi dei servizi prestati. Con Aceto, ex componente del consiglio di amministrazione di “Auxilium”, risultano indagati i fratelli Pietro e Angelo Chiorazzo, responsabili della coop potentina e l’ex amministratore delegato della Cascina Global Service, Salvatore Menolascina (già arrestato nell’ambito dell’inchiesta Mafia capitale della procura di Roma).

L’odierno presidente di “Senis Hospes” venne pure arrestato nell’aprile 2003 a Bari con quattro dirigenti de La Cascina e tre fornitori della cooperativa,  nell’ambito di un’inchiesta sulla fornitura pasti alle mense ospedaliere e scolastiche. “Dal 1999 La Cascina avrebbe somministrato a scuole ed ospedali baresi cibi scaduti, putrefatti o con alta carica batterica”, si legge nell’ordinanza dei magistrati pugliesi. “Spesso i cibi sono stati stoccati e manipolati in locali e con attrezzature prive dei minimi requisiti di igiene (…) approfittando di circostanze di persona (malati in età infantile ricoverati negli ospedali) tali da ostacolare la privata difesa”. Il processo si concluse nel settembre del 2010 con 17 condanne e il risarcimento per danni morali e materiali al Comune di Bari, all’Asl e ad alcune associazioni di consumatori. “Le pene più alte (due anni e mezzo di reclusione) sono state inflitte a Salvatore Menolascina ed Emilio Roussier Fusco, all’epoca dei fatti amministratore di fatto e responsabile commerciale della sede di Bari della Cascina”, riporta la Gazzetta del Mezzogiorno del 21 settembre 2010. “A due anni e tre mesi sono stati condannati i dirigenti della Cascina Gabriele Scotti e Ivan Perrone e a un anno e sei mesi Luigi Grimaldi e Camillo Aceto, all’epoca vicepresidente della Cascina e responsabile dell’ufficio amministrativo della società”.

Nell’ordinanza di custodia cautelare Mafia Capitale Bis emessa dagli inquirenti romani nel giugno 2015, la Cascina Global Service viene citata ben 167 volte. Le indagini hanno condotto all’arresto di quattro suoi manager: l’amministratore delegato Salvatore Menolascina; il vicepresidente Francesco Ferrara; Carmelo Parabita, componente del consiglio d’amministrazione del gruppo; l’ad della cooperativa “La Cascina” Domenico Cammisa. Secondo il Gip, i quattro dirigenti avrebbero commesso “plurimi episodi di corruzione e di turbativa d’asta spalmati nell’arco di tre anni, dal 2011 al 2014, e ciò rivela una spiccata attitudine a delinquere”. Al processo con rito abbreviato, il 7 gennaio 2016, il Gup di Roma Allessandra Boffi ha accettato la richiesta di patteggiamento degli imputati e gli ex dirigenti de La Cascina, Ferrara, Commisa, Menolascina e Parabita, sono stati condannati per corruzione a pene che vanno dai due anni e otto mesi ai due anni e sei mesi. Nell’inchiesta sono stati accertati in particolare i rapporti intessuti dai manager con Luca Odevaine, membro del Tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale e membro di tutte le commissioni che a partire dal 2011 hanno aggiudicato gli appalti del CARA di Mineo. “Con la Cascina, Odevaine ha un solido e antico legame di natura illecita”, scrivono gli inquirenti, ipotizzando l’elargizione a favore del potente consulente di un premio mensile di 10.000 euro, poi aumentato a 20.000, per i presunti favori resi anche in vista dell’affidamento della gestione del megacentro del calatino nella primavera 2014.

La gara con un importo a base d’asta di 96.907.500 euro fu affidata (con un ribasso di appena l’1%) dal consorzio dei comuni prossimi al CARA di Mineo denominato “Calatino Terra d’accoglienza” all’associazione temporanea d’imprese con capogruppo la “Casa della Solidarietà” (titolare del 15,3% del valore contrattuale), più la cooperativa “Sisifo” di Legacoop (11,2%), il consorzio Sol.Calatino di Caltagirone (15,3%), “Senis Hospes” (10,2%), La Cascina Global Service (33,27%), il comitato provinciale della Croce Rossa di Catania (5,9%) e la società di costruzioni “Pizzarotti” di Parma (9%), proprietaria del residence realizzato per i militari Usa di Sigonella e poi convertito in centro d’accoglienza. “Il bando per la gestione del CARA di Mineo ha alterato la fisionomia dell’accordo pubblicistico delineato dall’art. 15 della Legge n. 241/1990”, ha denunciato in una relazione la Corte dei Conti. Ancora più duro il giudizio dell’Associazione nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone. “A Mineo sono stati violati i principi di concorrenza, proporzionalità, trasparenza, imparzialità ed economicità”, scrive Cantone. “I contenuti degli accordi corruttivi sono dimostrati in maniera incontrovertibile da una pluralità di intercettazioni ambientali, che hanno consentito, da un lato, di registrare incontri diretti tra Odevaine e gli esponenti del gruppo La Cascina, nel corso dei quali sono stati concordati i dettagli dell’accordo corruttivo, la consegna di somme di denaro in esecuzione degli accordi, l’alterazione della gara in corso per favorirne l’aggiudicazione al raggruppamento al quale partecipavano imprese de La Cascina”.

Sulle più che sospette modalità di scelta dei soggetti affidatari della gestione del CARA di Mineo, la Procura della repubblica di Caltagirone ha avviato un’inchiesta che nel maggio 2015 ha condotto all’emissione di dodici avvisi di garanzia per i reati di abuso d’ufficio, turbativa d’asta e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. Nove degli indagati ricoprivano al tempo la carica di sindaci dei comuni aderenti al Consorzio “Calatino Terra di accoglienza”, mentre i restanti tre erano i componenti della commissione di gara (tra essi l’immancabile Luca Odevaine).

“Un appalto così mastodontico quale quello in questione doveva essere suddiviso in plurimi lotti funzionali, appalti diversi per la ristorazione, l’assistenza sanitaria e così via”, ha spiegato ai membri della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema d’accoglienza, il Procuratore capo presso il Tribunale di Caltagione, Giuseppe Verzera. “Questo avrebbe determinato la possibilità di importi a base d’asta accessibili a più società e quindi stimolato e favorito la concorrenza, una gestione più oculata e più settoriale, dei ribassi più accentuati e un risparmio da parte dello Stato non indifferente. In questo modo, si è affidato ad personam l’appalto a quell’unica associazione temporanea di imprese che aveva i requisiti, perché appunto ad un appalto di importo così astronomico non poteva partecipare nessuno”.

Benvenuti al banchetto Sprar dello Stretto

Non si può certo dire che non abbiano fatto un buon lavoro i coprogettisti dell’assessorato ai servizi sociali del Comune di Messina e delle tre cooperative sociali che gestiranno da qui alla fine del 2017 il nuovo Sprar finanziato dal Ministero. Hanno conseguito infatti un lusinghiero punteggio di valutazione del progetto e il considerevole finanziamento di 2.564.145,18 euro, corrispondente a una spesa giornaliera per ognuno dei 71 ospiti “vulnerabili” di 62,37 euro. “In tutte le strutture vi sarà la stessa mobilità di erogazione del contributo vitto (4 euro prodieprocapite), del pocket money (1,5 euro) e del vestiario (50 euro procapite ogni bimestre), e dei prodotti per l’igiene della casa e personale”, si legge nel progetto. “Farà eccezione, per il vitto, solo la struttura collettiva dove risiederanno nuclei monoparentali, di cui, in una prima fase dell’accoglienza, se ritenuto funzionale, il cibo verrà preparato insieme agli operatori seguendo la tabella dietetica visitata dall’Asl e concordato con l’utenza”. Il contributo vitto e il pocket money verranno decurtati del 20% per famiglie con più di due componenti, mentre sono previsti acquisti straordinari di vestiario e/o calzature in particolari circostanze (battesimi, matrimoni, ricoveri, attività sportive e/o scolastiche). All’arrivo, saranno distribuiti ad ogni richiedente asilo il doppio cambio di lenzuola, federe e asciugamani, due coperte e un kit di automedicazione, articoli per bambini (lettini, seggioloni, passeggini, ecc.).

Il progetto Sprar si avvarrà di specifiche attività di mediazione linguistico-culturale realizzate da mediatori interni all’equipe e “mediante accodi stipulati con soggetti partners degli enti attuatori” (costo annuale del servizio 12.053 euro). Due i soggetti indicati nel testo approvato dal Ministero: il Circolo Arci “Thomas Sankara” (il cognome dell’illustre rivoluzionario del Burkina Faso è però stato storpiato in Sangara) e l’Associazione Penelope. Il primo, già partner della cooperativa “Pro Alter” nel progetto Sprar di Villa Lina, garantirà la “formazione professionale dei mediatori, utilizzerà una short list di interpreti/mediatori di lingue coloniali e non e avrà il supporto del Numero Verde dell’Arci Nazionale”. L’Associazione Penelope svolge invece da diversi anni attività di protezione sociale delle vittime di tratta e altre categorie vulnerabili (soggetti senza fissa dimora o dimessi dagli ospedali psichiatrici giudiziari) nelle provincie di Ragusa, Messina, Siracusa e Palermo; gestisce inoltre un numero verde “che risponde h 24 con mediatori in lingua e mette direttamente in contatto i migranti sbarcati con i centri più vicini territorialmente”.

Con un costo annuale del servizio di 76.878 euro, il programma Sprar assicurerà ai richiedenti asilo l’accompagnamento ai servizi territoriali e alla “conoscenza del quartiere e della città con un tour e consegna di una mappa dei servizi (mercati, luoghi di culto, trasporti, ambulatori, questura, ecc.), affinché alla fine dell’accoglienza l’80% dei beneficiari adulti sia capace di orientarsi e accedere ai servizi autonomamente”. L’equipe, insieme alla rete territoriale del progetto (Legacoop, Anolf Cisl, Confesercenti, Istituto di Istruzione Superiore “Antonello da Messina”), organizzerà incontri di orientamento al lavoro sul territorio e formazione professionale ed inserimento nel mondo del lavoro. “Tutti i beneficiari potranno partecipare a un corso d’italiano per un minimo di 10 ore settimanali (sia effettuate da insegnati interni specializzati che presso il CPIA - Centro provinciale per l’impiego delle persone adulte, di riferimento), mentre l’80% degli adulti che non hanno patologie invalidanti verranno inseriti in tirocini professionalizzanti”. I corsi comporteranno una spesa annuale di 259.375 euro, a cui si aggiungeranno altri 74.578 euro per un “apposito servizio di orientamento e accompagnamento all’inserimento lavorativo, ancora una volta con il supporto della rete territoriale, effettuando in particolare una mappatura sul territorio di aziende disponibili ad attivare tirocini formativi, anche in vista di possibili assunzioni”. Saranno erogati pure un servizio di orientamento e accompagnamento nella ricerca di un’abitazione tramite accordi informali e formali o in convenzione con l’ANAMA, l’associazione nazionale che riunisce le agenzie immobiliari (92.008 euro all’anno); un servizio di orientamento e accompagnamento all’inserimento sociale, con tanto di partecipazione alla Giornata del Rifugiato (“organizzata annualmente dal Circolo Arci “Thomas Sankara”) e ad eventi sul tema emigrazione/immigrazione, incontri interreligiosi e con insegnanti e studenti e l’avvicinamento degli ospiti alle attività sportive (costo annuale 94.123 euro).

Sempre al Circolo “Arci” di Messina, in convenzione con gli enti attuatori, sarà affidato l’orientamento e l’accompagnamento legale (costo annuale 117.866 euro). “I beneficiari saranno seguiti in tutte le fasi dai colloqui personali per la ricostruzione delle storie personali all’audizione in Commissione Territoriale al rinnovo o conversione del titolo, mentre l’accompagnamento e il supporto della mediazione culturale è previsto anche in tutte le fasi necessarie presso l’ufficio stranieri”, si legge nel progetto. “Saranno assicurati inoltre la copertura dei costi relativi al reperimento di documentazione anagrafica anche all’estero, il contributo unificato per la tutela giurisdizionale in caso di diniego e la tassa e tutti i costi necessari al rilascio del permesso di soggiorno, le spese di trasporto per e da Commissione Territoriale di Palermo o sedi della magistratura fuori dal territorio comunale, il rilascio del passaporto nazionale o del titolo o documento di viaggio nei casi di impossibilità al rilascio del passaporto ordinario anche a causa del proprio status”.

Un budget annuale di 103.263 euro è riservato alla voce servizio di tutela psico-socio-sanitaria. “Il progetto lavora in stretto contatto con l’ASP di Messina, al fine di renderli fruibili ai beneficiari, tramite la mediazione culturale e l’accompagnamento, ove necessario, anche tramite un mezzo per disabili” (letterale ma incomprensibile!). “L’operatore dedicato alla tutela psico-socio-sanitaria si prenderà cura di tutti gli aspetti riguardanti l’orientamento ai servizi (medico e pediatria di base, ospedali, consultori, ambulatori, ecc.) e la conseguente presa in carico. Particolare attenzione sarà riservata all’emersione e alla cura di vittime di tortura, gravi violenze e tratta, al trattamento, anche riabilitativo, di persone con patologie croniche e invalidanti e alle donne in gravidanza, senza mai trascurare tutti gli aspetti legati all’etnomedicina e all’etnopsicologia. Per le persone con gravi patologie verrà effettuata la richiesta di pensione di invalidità, e si concorderà con i beneficiari e i servizi il proseguimento dei percorsi di cura necessari una volta che l’ospite uscirà dal progetto”.

Uno stipendificio per gli operatori-badanti

Grazie al progetto saranno impegnati e retribuiti per diciannove mesi, secondo le norme e gli importi previsti dal contratto nazionale del lavoro delle cooperative sociali, 43 operatori (educatori, animatori, assistenti sociali, psicologi, mediatori linguistico-culturali, insegnanti, ragionieri, impiegati amministrativi, ecc.). Ad essi si affiancheranno per qualche ora alla settimana anche 23 impiegati del Comune di Messina, “prestati” allo Sprar per coprire la quota di cofinanziamento prevista per l’ente proponente. La parte del leone sarà interpretata dalla potentissima cooperativa lucana “Seni Hospes” che assicurerà al programma 19 unità scelte ovviamente con chiamata diretta e fiduciaria. Molti dei cognomi lasciano intendere una provenienza da oltre Stretto: 9 operatori (Rosa Cicciomessere, Leonardo Rosciglione, Marianna Clemente, Antonio Leonardo Stoduto, Albina Biscotti, Raffaele Angeloro, Valentina D’Alessandro, Marco Colaianni, Antonio Fiscarelli), 1 animatrice (Maria Angela Rummo), 1 direttore (Umberto Carofiglio), 1 assistente sociale (Anna Buttiglione), 1 psicologa (Paola Rita Salvino), 1 educatrice (Maria Teresa Caminiti, attualmente in servizio presso “Casa Ahmed”), 1 mediatrice (Samira Chahbane), 1 info normative (Fabio Amoruso), 1 insegnante lingue (Amalia Chiello), 1 mediatrice specializzata vittime di tratta (Azmil Khadija), 1 assistente sociale specializzata vittime di tratta (Concetta Restuccia). Gli stipendi lordi annuali riservati agli operatori di “Senes Hospes” variano dai 41.215 euro per il direttore (38 ore settimanali), ai 29.403 per la psicologa (24 ore), 19.175 per l’info normative, 18.262 per le assistenti sociali e l’educatrice (18), 17.372 per gli operatori (24), 16.567 per l’animatrice (15), 15.219 per le mediatrici (15) e 10.146 per l’insegnante di lingue (10).

L’assistente sociale Concetta Restuccia è presente operativamente nel progetto Sprar anche in qualità di responsabile della sezione sulla tratta degli esseri umani per l’“Associazione Penelope” e come presidente dell’associazione partner “Evaluna Onlus” contro la violenza alle donne vittime di stalking, violenza psicologica. Per conto dell’associazione Penelope, la Restuccia ha curato il video One Love One Family in cui si descrive enfaticamente l’esperienza di accoglienza richiedenti asilo promossa dal Comune di Fondachelli Fantina (Messina). Un mese fa circa, la gestione diretta da parte dell’Istituzione comunale dei servizi sociali di quattro centri per migranti è costata al sindaco Marco Pettinato un avviso di garanzia del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto. Truffa aggravata e falso i reati ipotizzati. Con il primo cittadino sarebbero indagati altre sei persone tra cui il padre Franco Pettinato, medico, già sindaco di Fondachelli Fantina sino al 12 marzo 2013, quando dovette dimettersi a seguito dell’inchiesta “Zefiro” sui parchi eolici della Valle dell’Alcantera e dei Nebrodi. Secondo quanto riportato dal giornalista Leonardo Orlando della Gazzetta del Sud, per altre vicende relative a presunti maltrattamenti nei confronti dei minori stranieri ospitati a Fondachelli risulterebbe indagato anche Danilo Pettinato, fratello del sindaco, dipendente per un certo periodo della ditta che svolge il servizio di vigilanza in un centro d’accoglienza.

Dieci invece gli operatori in busta paga della cooperativa sociale “Santa Maria della Strada”: 1 assistente sociale (Nuccia Urso), 5 operatrici (Cinzia Grasso, Carmela Lo Presti, Elvira Valitri, Elena Urso, Emanuela Casella); 1 insegnante (Cristina Morabito); 1 psicologa (Francesca Giorgianni); 1 operatore amministrativo (Placido Pagano); 1 responsabile amministrativo (Salvatore Gulletta). Gli stipendi variano stavolta dai 33.592 euro annui per l’assistente sociale (38 ore settimanali), ai 32.604 per le operatrici sociali impiegate per 38 ore (3) e 13.091 per 14 ore (2); 23.088 per il responsabile amministrativo (24), 12.480 per la psicologa (12), 10.608 per l’insegnante (12 ore), 5.304 per l’operatore amministrativo.

Quattordici, infine, le figure professionali contrattate dalla cooperativa “Pro Alter 2000”: 1 coordinatrice/assistente sociale (Valentina Briguglio Polò); 1 mediatore linguistico culturale (Mourad Boudhil); 1 educatrice professionale (Miriam Grasso); 1 assistente sociale (Martina Maggio); 1 etnopsicologa (Maria Maugeri Saccà); un’insegnante d’italiano (Ketty Scarcella); 1 responsabile rendicontazione (Simona Scarvaci); 1 amministrativo (Roberta Costanzo); 1 direttivo ente gestore (Flavina Stefania Cucinotta); 1 responsabile amministrativo (Rosanna Santoro); 4 assistenti domiciliari (Paolo Cardile, Antonio Sicali e due operatori socio-sanitari ancora da nominare). Gli importi stipendiali annuali vanno dai 25.397 euro per la coordinatrice/assistente (30 ore settimanali) ai 12.500 per gli assistenti domiciliari (15), 11.918 per l’amministrativo, 11.124 per l’insegnante d’italiano (14), 10.695 per l’etnopsicologa, 10.159 per il mediatore culturale (12), 9.397 per l’educatrice (12), 8.466 per l’assistente sociale (10), 6.356 per la responsabile rendicontazione (8), 5.079 per il direttivo ente gestore (6), 3.973 per la responsabile amministrativa. Alcune delle professioniste scelte da “Pro Alter 2000” operano o hanno operato anche all’interno dello Sprar di Villa Lina: la presidente Stefania Flavia Cucinotta (inquadrata come operatrice accoglienza e integrazione con funzioni di coordinamento, 28.754 euro lo stipendio lordo annuale); Rosanna Santoro (operatrice accoglienza con 15.238 euro); Maria Maugeri Saccà (psicologa, 5.972 euro).

Anche il Comune di Messina attingerà ai fondi Sprar per retribuire il lavoro aggiuntivo di tre figure professionali impiegate nell’ente locale: il responsabile amministrativo del programma Sebastiano Ravì (7.050 euro all’anno per un impegno mensile di 27 ore); il referente del progetto Giuseppe Di Leo (7.153 per 35 ore mensili); la referente tecnica e responsabile della banca dati, Maria Battiato (6.970 x 32 ore/mese). Come cofinanziamento, il Comune di Messina metterà a disposizione del progetto il dirigente Domenico Zaccone (12 ore al mese), gli amministrativi Francesco Donato, Giovanni Mangano e Paolo Mastronardo (20 ore mensili ognuno), le assistenti sociali Isabella Astone, Francesca Carlo, Francesca Ciccolo, Daniela De Salvo, Maria Di Pietro, Maria Fabio, Marisa Greco, Cristina Grioli, Giovanna Isaja, Rosa Maiolino, Maria Grazia Mazzarelli, Antonella Monforte, Concetta Rotondo, Fortunata Scicolone, Angela Scibilia, Rosaria Tornesi (18).

Indovina chi viene a cena?

Alla fine il progetto Sprar potrà contare a vario titolo su un’equipe tecnico-amministrativa-contabile composta da 14 persone, mentre altri 52 professionisti dovrebbero operare sul campo a favore dei 71 richiedenti asilo. Quanto inciderà la voce stipendi sull’intero budget progettuale è presto detto. Prendendo a riferimento il 2017, anno in cui lo Sprar opererà per tutti i 12 mesi, il costo del personale comporterà una spesa complessiva di 839.571 euro (758.308 assegnati dal governo e 81.263 come cofinanziamento del Comune). Aggiungendo i costi per le “consulenze occasionali” di orientamento, assistenza sociale, mediazione culturale, informazione legale e supporto psico-socio-sanitario (59.440 euro sempre nel 2017), quelli per retribuire i consulenti fiscali e del lavoro (8.500), le “spese telefoniche per utenze fisse e mobili usufruite dal personale” (2.620), il carburante per gli automezzi di servizio (8.700), per il personale sarà utilizzato il 56,84% dell’ammontare finanziario del progetto. All’equipe degli operatori è riservata infine una spesa annuale di 13.900 euro per partecipare a incontri nazionali, convegni, corsi di formazione e trasporto pubblico, nonché 79.003 euro per stage di aggiornamento e incontri mensili volti alla conoscenza della storia e dell’attuale situazione socio-economica e religiosa dei Paesi da cui provengono i rifugiati. “Il progetto, inoltre, continuerà l’organizzazione insieme al DSM nord dell’ASP di Messina, degli incontri formativi tenuti da professionisti dello Sprar e dell’ASP”, si legge nel testo approvato dal Ministero. “Inoltre si parteciperà all’organizzazione di un ciclo di laboratori formativi in Sicilia, tenuta da esperti di etnomedicina, etnopsichiatria e antropologia di risonanza nazionale e internazionale”.

Ci sono poi alcune voci di spesa Sprar perlomeno “discutibili” e comunque evitabili, come ad esempio quelle per gli oneri relativi all’adeguamento e gestione dei locali e delle strutture, per affittare (82.492 euro il primo anno e 98.720 il secondo) una villetta a due piani “riservata a singoli uomini (anziani e persone con necessità di assistenza socio-sanitaria e domiciliare prolungata, vittime di tratta e/o tortura)” e sei unità immobiliari “all’interno dello stesso palazzo e piano riservati a nuclei monoparentali in difficoltà”. Per la ristrutturazione di questi locali saranno destinati complessivamente 11.013 euro più altri 28.268 euro per le opere di manutenzione ordinaria. Data l’accurata descrizione degli immobili è prevedibile che la scelta del proprietario o dei proprietari sia stata fatta a tavolino prima della presentazione del progetto, ma all’assessorato si mantiene il massimo riserbo sul loro nome.

È stata infine richiesta e ottenuta la copertura delle spese per la pulizia dei locali in affitto (32.500 euro), il pagamento di acqua, luce, gas e gasolio da riscaldamento (71.000), l’acquisto o il noleggio di mobili, arredi ed elettrodomestici (113.808), hardware, software e strumentazione tecnica (15.603), cancelleria (5.874). Chiudono la lista i contributi di 24.964 euro per “l’essenziale allestimento e gestione degli uffici di supporto alle attività del progetto” e di 37.600 euro per coprire le “fideiussioni richieste a titolo di garanzia dall’ente locale all’ente gestore e altro”.
Le voci dell’accoglienza sono davvero infinite…